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«Campanile e colloqui in carcere» Russo teste nel processo Bellini

Evaristo Sparvieri
«Campanile e colloqui in carcere» Russo teste nel processo Bellini

L’ex capo della Municipale sugli incontri del padre di Alceste con un detenuto: «Mancano documenti»

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Evaristo Sparvieri

REGGIO EMILIA. Un alone di mistero che aleggia su alcuni incontri in carcere a Padova fra Vittorio Campanile, padre di Alceste, e un detenuto di nome Serpa Stefano. È stato uno degli argomenti affrontati ieri nella Corte d’Assise di Bologna, presieduta da Francesco Caruso, nel processo mandanti sulla strage del 2 agosto, dove principale imputato è la Primula Nera ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, che da sempre si proclama innocente ma è accusato di essere il quinto uomo dell’attentato in concorso con i Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva) e con Gilberto Cavallini (condannato in primo grado all’ergastolo).

A deporre in aula nella lista dei testimoni convocati dalla Procura Generale di Bologna – rappresentata dai magistrati Umberto Palma e Nicola Proto, e dall’avvocato generale, Alberto Candi – ieri è stato chiamato l’ex comandante della Municipale Antonio Russo, ora in pensione. E che nel 1986, da dirigente della Mobile di Reggio, si recò su delega dell’allora procuratore Elio Bevilacqua nel carcere di Padova, dove nel 1978 si svolsero colloqui fra il detenuto Serpa – sul quale ieri non sono state fornite informazioni – e Vittorio Campanile, ovvero il padre del militante di Lotta Continua Alceste, il cui omicidio del 13 giugno 1975 venne confessato da Bellini solo nel 1999: un delitto a lungo irrisolto, che la Primula Nera ricondusse a motivi occasionali, escludendo matrici eversive, nonostante l’omicidio sia stato maturato nell’ambiente avanguardista e avvenne a tre giorni dalle amministrative del 1975.

La deposizione di Russo è stata puntuale, riferendo su un verbale e un’informativa del 1986, su indagini dalle quali risultarono colloqui autorizzati fra il detenuto e Vittorio Campanile il 28 febbraio, il 21 marzo, il 22 settembre e il 21 ottobre del 1978. Ma nel fascicolo reperito da Russo a Padova, come evidenziato ieri dalla Procura Generale, mancavano documenti: «Non è stato possibile accertare quando e da chi erano stati chiesti i colloqui – ha confermato in aula Russo – se dal detenuto o dal padre di Alceste o da altre persone. Non abbiamo trovato richieste di autorizzazioni. Trovammo i permessi. Siamo andati a sentire l’unica persona che in quel momento poteva essere al di sopra delle persone coinvolte all’interno del carcere, l’ispettore Spinelli, che non seppe dirci nulla perché non ne sapeva nulla». Non è la prima volta che l’omicidio Campanile viene citato nel processo mandanti. L’udienza precedente, giovedì, è stata invece caratterizzata dalla testimonianza del sostituto commissario Alessandro Peroni, che nel 2004 su delega della Dia di Firenze elaborò alcune schede su esponenti dell’Msi indicati come vicini a Bellini negli anni della latitanza con l’alias di Roberto Da Silva. Nel dettaglio, schede sull’ex senatore Antonio Cremisini, all’ex senatore di Novellara, Franco Mariani (con un passato nel partito fascista e nella repubblica di Salò), all’avvocato e ed ex parlamentare, Stefano Menicacci (legale del fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie) e alla misteriosa di Amedeo “Memo” Vecchiotti, indicato in aula come sospettato di essere basista della ’ndrangheta a Roma, che proprio con Menicacci fu protagonista nel 1982 di una misteriosa visita nella redazione della Gazzetta, ricostruita da Giovanni Vignali nel libro “L’uomo nero e le stragi”.

In aula ieri come testimone anche un’altra figura accostata a Bellini nella fase dell’infiltrazione in Cosa Nostra: il generale dei carabinieri, Mario Mori, che ha potuto avvalersi della facoltà di non rispondere perché considerato testimone assistito, in quanto finito sotto indagine per falsa testimonianza al termine del processo Cavallini e imputato a Palermo nel processo Stato-Mafia, dove è stato condannato in primo grado a 12 anni e nel quale «sono stati affrontati temi oggetto delle citazioni di parte civile» nel procedimento a carico di Bellini. «Sono stato un ufficiale in servizio permanente per tanti anni, ma da 20 anni sono anche un indagato in servizio permanente, quindi non intendo rispondere», le uniche parole di Mori.

Discorso simile per l’ex compagna di Cavallini, Flavia Sbrojavacca, anch’essa indagata per falsa testimonianza nel processo a carico dell’ex Nar. L’udienza di ieri si è chiusa con la testimonianza di Caroline Whitby-James, all’inizio degli anni ’80 compagna di Sergio Vaccari, antiquario che a Londra trovava rifugio ai neofascisti in fuga, accoltellato in casa a Londra nel 1982, tre mesi dopo il ritrovamento del cadavere di Roberto Calvi. Nella deposizione, si è tornato a parlare anche dell’antiquario marchigiano Agostino Vallorani, già teste al processo, vecchia conoscenza di Bellini, che in passato ha rilasciato dichiarazioni su presunte protezioni di cui godette la Primula Nera nel corso degli anni. «Un buon amico», lo ha definito Caroline Whitby-James. —

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