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IL GIALLO DI NOVELLARA 

«Anche dal punto di vista religioso i matrimoni forzati sono condannati»

Alessandro Cagossi
«Anche dal punto di vista religioso i matrimoni forzati sono condannati»

La mediatrice culturale pakistana Saadia Parveen, 38 anni, parla del caso di Saman Abbas: «Si tratta di una tradizione radicata nel subcontinente indiano, ma non bisogna generalizzare» 

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NOVELLARA. A pochi chilometri da quelle serre dove si è consumata la tragedia di Saman Abbas, uccisa – stando alle risultanze investigative – dal suo clan familiare in un contesto di patriarcato ipertradizionalista, dopo aver rifiutato un matrimonio combinato e aver scelto di vivere libera, c’è una famiglia di origini pakistane perfettamente integrata nel tessuto sociale della Bassa.

Il padre, Anwar Mohammad è un imprenditore edile di Campagnola e reporter di una web-tv pakistana; la moglie Saadia Parveen, 38 anni, è mediatrice linguistica e culturale, nonché traduttrice.

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I loro figli sono nati in Italia: la figlia maggiore studia lingue all’università di Forlì, il figlio minore frequenta le scuole superiori.

Saadia parla italiano a livello di madrelingua. Abita in Italia dal 2002, da quando aveva 20 anni, per ricongiungersi al marito.

«Volevo – dice Saadia – continuare a studiare, ho ripreso gli studi qui, ho dovuto iniziare il percorso quasi daccapo, con corsi base, licenza media, corsi per accreditarmi come mediatrice culturale, poi mi sono diplomata nel 2019. Per ora ho dovuto posporre la mia iscrizione all’università, per impegni personali».

Saadia, dopo la vicenda di Saman, si è parlato molto di matrimoni forzati.

«I matrimoni combinati sono una tradizione del sub-continente indiano, non avvengono solo in Pakistan ma anche in India, Sri Lanka e Bangladesh. Una tradizione, quindi, che travalica le appartenenze religiose. Dopodiché, in caso di matrimonio combinato, il consenso dei figli è obbligatorio, altrimenti diventano matrimoni forzati e, in quanto tali, sono pratiche illegali. Questo dice la legge pakistana, così come quella italiana, peraltro».

Ma cosa succede nella realtà?

«Nella maggior parte delle famiglie, i genitori si mettono d’accordo coi figli e li coinvolgono in ogni loro decisione, così tutto va a buon fine. In alcune famiglie le decisioni vengono imposte, ma se i figli rifiutano un matrimonio combinato, non fanno niente di sbagliato, anche a livello legislativo. Anche dal punto di vista religioso il consenso dei figli è obbligatorio».

Il problema è quando c’è il diniego di un figlio di fronte a un matrimonio combinato.

«Situazioni come quella di Saman Abbas si possono evitare se si sviluppa una cultura del dialogo all’interno delle famiglie. E i genitori devono imparare ad ascoltare i loro figli e devono essere disposti a rivalutare alcune delle loro convinzioni, evitando così di imporre delle decisioni che i figli non vogliono. I genitori devono rimanere al passo coi tempi, con le esigenze delle nuove generazioni, dimostrarsi più aperti e comprensivi».

Come relatrice, lei ha partecipato, recentemente, alla consulta delle donne. Cosa ha detto?

«Lavorando come mediatrice culturale, conosco bene la comunità pakistana locale. La grande differenza è tra la prima e la seconda generazione. Quest’ultima, quella dei figli, ha più opportunità, cresce e studia qui, hanno un approccio diverso rispetto ai genitori, cresciuti in Pakistan, per cui esiste ancora la barriera linguistica. Ho sottolineato l’importanza dei corsi di italiano organizzati nella nostra provincia, sono opportunità da cogliere soprattutto per le donne della prima generazione, per dare loro un accesso alla vita sociale, per emanciparsi. Penso anche che i pakistani dovrebbero essere coinvolti maggiormente nelle attività organizzate dai Comuni e dagli enti privati».

Nonostante la comunità pakistana sia una delle più numerose a Novellara, con oltre 400 residenti, non esiste un’associazione che li rappresenti. Come è possibile?

«Una ragione può essere che molte famiglie che vivevano da anni nei comuni della Bassa si sono trasferite nel Regno Unito, a causa della crisi economica. Si trattava di famiglie già integrate, mentre quelle nuove non lo sono, per cui un’associazione a Novellara sarebbe uno strumento utile per promuovere quell’integrazione che è assolutamente necessaria».

In molti dibattiti, sembra che tutte la famiglie pakistane siano come quelle di Saman Abbas.

«Il caso di Saman non è da generalizzare, per evitare una rappresentazione distorta della società pakistana. Ma allo stesso tempo i problemi esistono e dobbiamo trovare delle soluzioni. Saman non stava bene in famiglia e aveva dei problemi con i suoi genitori. Questi problemi emergono, in alcune famiglie, dove non è concesso alle figlie di studiare dopo l’obbligo scolastico, vige per loro il divieto di lavorare, oppure si impone un matrimonio contro la loro volontà. Al contrario, ci sono molte famiglie che sostengono i propri figli nello studio, nel lavoro, nelle loro scelte di vita. A differenza di quanto si sente dire, ci sono forze all’interno della società pakistana, sia in Pakistan sia in Italia, che spingono per il progresso». —

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