Contadino, padre e soldato I cento anni di Arturo Sassi cuore e storia di Montalto
L’anziano li ha festeggiati con il figlio, i parenti e il sindaco a Ca’ di Casino Nella sua vita è passato dai campi alle battaglie
Vezzano. Arturo Sassi martedì ha compiuto 100 anni, un traguardo che ha festeggiato con il figlio Giuseppe e la sua famiglia, con gli amici, il sindaco Stefano Vescovi e l’assessore Mauro Lugarini a Ca’ di Casino, dove Arturo ha abitato dal 1926 al 1939 e dove ha piantato un melo, ora diventato gigante, che ha mostrato con orgoglio.
Classe 1921, Arturo Sassi nella sua vita ne ha viste di cotte e di crude. È la memoria storica di Montalto e in tanti si rivolgono a lui per conoscere la storia e gli avvenimenti del paese. È ancora lucidissimo e ha un volto sorridente e gentile. Arturo non mostra affatto i segni del suo lungo viaggio attraverso gli anni della vita che ha speso nella famiglia e nel lavoro, un percorso fatto di onestà e di rispetto verso tutti.
A Montalto è arrivato quando aveva pochi mesi, nel novembre del 1921. I suoi genitori in quell’anno si erano trasferiti a Veronco, una borgata di Montalto dove avevano preso in affitto un piccolo podere. Poi quando aveva 5 anni altro trasloco a Ca’ di Casino. E qui la sua famiglia, genitori nonni e tre fratelli (lui era il più vecchio) coltivano un piccolo fondo dell’avvocato Giaroli. Arturo ricorda quando era ragazzino e quanto fosse dura la vita per lui e la sua famiglia. Da Ca’ di Casino frequenta le elementari (fino alla terza) e ogni giorno compie circa quattro chilometri a piedi, ma sono quelli del ritorno i più duri, quasi tutti in salita. Per il piccolo Arturo però oltre alla scuola c’è anche l’impegno nei campi. Resta a Ca’ di Casino fino al 1939, quando a 18 anni compiuti si trasferisce a Campogrande, in un bel fondo con abbondanza di acqua. Per Arturo, che è un bel giovanotto, cominciano i doveri e deve dare una mano ai suoi nel podere. Nel 1940 comincia la Seconda guerra mondiale, gli impegni militari dell’Italia sono in Grecia e in Africa e anche lui come tutti i giovani di quell’età sa di dover partire. La chiamata arriva il 21 gennaio del 1941, a 19 anni. Viene mandato in Friuli, a Tolmino, al reggimento di Fanteria di frontiera 21° settore, e da lì in agosto parte a piedi con lo zaino per Postumia (Jugoslavia) dove arriva dopo tre giorni e trova i tedeschi che occupano la zona. Qui rimane tre anni e combatte contro i partigiani di Tito fino all’8 settembre del 1943, giorno dell’armistizio e del conseguente sfascio dell’esercito. Per la massa di giovani, di soldati, di sbandati si presentano nuove incognite, la minaccia dell’arresto e dei campi di lavoro. Arturo e altri amici tentano la via del ritorno a case. Ed è una vera avventura: dalla Jugoslavia a Trieste a piedi attraverso il Carso, da qui in treno su un respingente perché il treno era affollato fino a Mestre, dove i tedeschi arrestano tutti i militari italiani in transito. Ma lui riesce a scappare. Sale su un treno merci per Mantova, arriva al Po e poi con mezzi di fortuna a Montalto. Era la fine di settembre del 1943 quando bussò alla porta di casa. Da quel momento dette una mano ai suoi a lavorare la terra e nel 1946 si sposò con Angela Baricchi, ragazza del luogo che gli diede due figli, uno dei quali morì ancora piccolo. Nel 1960 si trasferì a Ca’ de Miotti e nel 1970 cambiò lavoro entrando in una ceramica a Vezzano dove rimase fino alla pensione nel 1980. Ma Arturo non si ferma e dove c’è bisogno dà una mano. I montaltesi si ricordano di quando aiutò il defunto Ideo Valcavi, artista del sasso, a sistemare le fondazioni della vecchia chiesa. Nel 2007 gli viene a mancare l’adorata moglie e con l’aiuto del figlio Giuseppe e dei nipoti supera anche questa prova, e con la sua bontà che gli è valsa la stima di tutti, continua a vivere la sua vita sicuro di condurla con onestà, senso del dovere e della famiglia. —
Domenico Amidati
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