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Reggio Emilia non dimentica i martiri del 7 luglio 1960

Adriano Arati
Reggio Emilia non dimentica i martiri del 7 luglio 1960

Ieri una giornata di eventi per ricordare le cinque vittime tra iniziative ufficiali e pellegrinaggi tra le pietre d’inciampo

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Adriano Arati

REGGIO EMILIA. Il giorno della memoria e della rabbia, del dolore tenuto vivo anno dopo anno.

Reggio Emilia non ha mai dimenticato quello che accadde il 7 luglio 1960 e anche quest’anno lo confermano le centinaia di persone che, in presenza o in digitale, hanno voluto ricordare Lauro Farioli, Ovidio Franchi, Emilio Reverberi, Marino Serri e Afro Tondelli.

Due ragazzi e tre ex partigiani, cinque militanti comunisti, tutti iscritti alla Cgil, che il 7 luglio 1960 si ritrovarono nel centro della città con migliaia di compagni per la mobilitazione indetta dalla Camera del Lavoro locale in una delle estati più tese della storia repubblicana, quella segnata dai tumulti e dagli scontri politici che portarono il primo ministro dell’epoca, il democristiano Tambroni, a cercare il sostegno del Movimento Sociale Italiano, erede più o meno diretto del fascismo.

Oltre alle celebrazioni ufficiali, partite al mattino e concluse a sera dopo il momento formale ai Giardini Pubblici con il ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Andrea Orlando, si contano parecchi pellegrinaggi individuali e di gruppo fra le piazze, le stradine dell’Isolato San Rocco e la vecchia sede della Banca d’Italia. Donne e uomini in cerca delle cinque pietre d’inciampo metalliche sistemate a terra nei punti precisi in cui i cinque manifestanti vennero colpiti dalle pallottole poi risultate fatali, per poi passare alle classiche ed inevitabili tappe in piazza Martiri del 7 Luglio per il monumento ai caduti, a pochi metri da quello dedicato alla Resistenza, e agli omaggi floreali sistemati dal Comune già dal mattino.

Le bacheche social, reggiane e non, sono si sono riempite di scatti, di citazioni e di versioni di “Per i morti di Reggio Emilia” di Fausto Amodei, una delle più celebri canzoni politiche dell’Italia del dopoguerra.

La giornata della memoria dei cinque caduti è iniziata al mattino alla Camera del Lavoro in via Roma per la presentazione del graphic novel “Sangue del nostro sangue - 7 luglio 1960: la strage di Reggio Emilia” con i due autori Claudio Bolognini e Fabrizio Fabbri in compagnia di diversi relatori locali fra cui Silvano Franchi, fratello di Ovidio, uno dei cinque caduti di 61 anni fa. Silvano era in piazza con il fratello, all’epoca, e fu lui uno dei primi a raggiungere l’ospedale, allora con sede in via Dante, dopo aver dovuto avvisare i due genitori.

Il giro ufficiale è partito verso le 17.30 al cimitero monumentale cittadino, per l’omaggio floreale alle tombe. Da lì si è arrivati in piazza, per la posa delle corone davanti alle pietre d’inciampo posate decenni fa, prima di trasferirsi nel palco allestito ai giardini pubblici, a pochi metri dal luogo dove una guardia di sicurezza sparò il suo colpo fatale. Prima di Orlando, sono intervenuti, di fronte a circa 250 persone, Ettore Farioli, figlio di Lauro, il sindaco Luca Vecchi e il presidente della Provincia Giorgio Zanni. Ad ascoltarli, oltre a molti sindaci e rappresentanti delle istituzioni, tanti reggiani, e fra loro decine di persone che quel giorno di 61 anni fa si trovavano in centro. Erano giovani militanti di sinistra, figli dell’esperienza partigiana, pronti a scendere in piazza con i loro compagni, ritrovatosi a vivere ore di paura, caos e dolore mai dimenticati, in una pagina cupissima che porta la forte responsabilità dello Stato dell’epoca, nonostante i tentativi recenti e meno di “revisionare” quanto accaduto in quella piazza in un’Italia segnata in due dalla Guerra Fredda e dal veto che impediva il coinvolgimento del Pci nel governo. Il congedo è arrivato con un omaggio collettivo a Nilde Iotti voluto da Arci all’arena estiva degli Stalloni, a poche decine di metri da quello che nel 1960 era l’ospedale cittadino dove vennero portati i feriti, in via Dante. —

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