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IL processo 

Tentato omicidio in centro «Coltellata inferta dall’alto»

Ambra Prati
Tentato omicidio in centro «Coltellata inferta dall’alto»

Alessandro Palladino è accusato di avere aggredito un 33enne tunisino I fatti risalgono al 14 agosto scorso: l’imputato ha sempre detto di essersi difeso 

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. È entrato nel vivo – e ha fatto segnare dei punti all’accusa – il processo per tentato omicidio a carico di Alessandro Palladino, il 43enne di origini napoletane che il 14 agosto del 2020 ha accoltellato un 33enne tunisino, venendo catturato dalla polizia di Stato dopo un concitato inseguimento per le viuzze del centro storico (via Roma, via Filippo Re e vicolo Francavilla, prima di scappare nella sua abitazione dall’altra parte del teatro Valli).

Ieri, davanti al collegio presieduto dal giudice Giovanni Ghini (a latere Donatella Bove e Silvia Guareschi), hanno sfilato i testi della Procura, rappresentata dal pm Claudio Santangelo. A testimoniare sono stati due medici. Il secondo, Franco Zanni, che quel giorno era di turno al pronto soccorso del Santa Maria Nuova, ha confermato che il paziente è arrivato in condizioni «stabili ma gravi, molto sofferente», a causa di una profonda ferita inferta dall’alto: il colpo ha lacerato la parete polmonare sinistra, tanto che la tac ha mostrato un’abbondante emorragia interna in corso; da qui l’immediata trasfusione e un intervento chirurgico d’urgenza.

Il pm ha voluto rimarcare la gravità della ferita, che ha messo in pericolo la vita del 33enne, e sottolineare la modalità in cui la ferita è stata provocata, dall’alto verso il basso, in contraddizione con la tesi dell’imputato che ha sempre sostenuto di essersi difeso da colui che, a suo dire, lo perseguitava per un debito di 60-70 euro per l’acquisto di cocaina.

A deporre è stata poi una commissario della polizia scientifica di Roma, che ha analizzato i reperti prelevati sul posto dalla scientifica di Reggio (sentita un’altra poliziotta) in strada, accanto al parafango di una Skoda dove il ferito, nel tentativo di scappare, si è accasciato: macchie di sangue, una maglia grigio scuro, uno zainetto nero, dei boxer e pantaloncini. E soprattutto tre coltelli: uno con manico nero lungo 19 centimetri, uno verde di 32 centimetri e un altro verde di 30 centimetri, quest’ultimo rinvenuto sul davanzale di una finestra di fianco al portone d’ingresso di uno stabile di vicolo Francavilla. La specialista ha ribadito le conclusioni dell’analisi del Dna: solo nel coltello di 30 centimetri sono state trovate sull’impugnatura un profilo genetico coincidente con quello dell’imputato e sulla lama quello dell’aggredito. Una questione non secondaria, quella dell’arma del delitto, poiché secondo gli investigatori Palladino, che era solito girare armato e che quella sera uscì con due coltelli, avrebbe tentato di depistare sulle lame.

Il giudice Ghini ha rinviato l’udienza al prossimo 14 luglio alle 14.30 per l’escussione degli ultimi testi dell’accusa, diffidando l’imputato (ai domiciliari e ieri assente) a presentarsi per essere esaminato. In quella data, prima delle richieste finali, sarà visionato il video invocato dall’avvocato difensore Alessandra Bonini, secondo la quale i filmati delle telecamere comunali sarebbero fondamentali «per capire i fatti» e per avvalorare la tesi che il suo cliente «non voleva uccidere». Assente anche l’aggredito, che si è costituito parte civile tramite l’avvocato Maria Elena Gualandri. —

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