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«Green pass alla francese? Scelta saggia ed efficace»

Am.P.
«Green pass alla francese? Scelta saggia ed efficace»

Marco Vinceti, docente Unimore, sull’obbligatorietà del certificato vaccinale: «Con i vaccini abbiamo la possibilità di dare un colpo mortale alla malattia»

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REGGIO EMILIA. «Il green pass alla francese è un’idea interessante e attraente. Se le amministrazioni utilizzeranno questa leva per fare breccia nella fascia di popolazione giovane sarà scientificamente saggio e psicologicamente efficace. Ma bisogna fare presto». Così Marco Vinceti, docente di Igiene Generale e Applicata dell’Università di Modena e Reggio, si è espresso a favore di quello che è stato ribattezzato “il green pass alla francese”, ovvero l’obbligatorietà del pass vaccinale decisa dal presidente Emmanuel Macron per salire sui treni o per andare al ristorante.

Una proposta discussa, che sta facendo proseliti anche nella nostra regione, dove piace alla giunta bolognese. L’esperto di Unimore Vinceti premette che «a Reggio si sfiora il 70% di copertura virtuale dei giovani, comprensiva di chi ha ricevuto la prima o la seconda dose. È un dato che mi ha anticipato ieri l’Ausl, sono debitore alla dottoressa Barbara Giglioli, ed è un ottimo risultato, che mi ha sorpreso. Sui giovani Reggio vanta una copertura molto più ampia di altre province: riusciamo a primeggiare». Un elemento indispensabile per Unimore, alle prese con la raccolta di informazioni per stabilire come riprendere l’anno accademico in autunno.

«In base a determinati elementi (la sanificazione, la grandezza delle aule, il contesto logistico e l’andamento epidemiologico) il sistema universitario nazionale cercherà di ricominciare in piena presenza, come in epoca pre-Covid. Sono ottimista», aggiunge il docente.

Conti dell’Ateneo a parte, il quadro è ancora parecchio incerto. E in questa fase il green pass alla francese, secondo l’esperto, sarebbe utile. «L’obiettivo è utilizzare il vaccino fino in fondo perché le altre forme di protezione utilizzate lo scorso anno (vedi alla voce lockdown) funzionano ma sono molto più costose umanamente, socialmente ed economicamente. Il vaccino è un’arma potentissima. Abbiamo la possibilità di dare un colpo mortale alla malattia, raggiungendo una vaccinazione sufficiente per interrompere la circolazione del virus e bloccare le varianti che avanzano: in quel caso le probabilità che si generino nuove varianti si abbasserebbero. Incentivare questa strada con un’esca come poter salire su un aereo, entrare in un locale, vedere dal vivo un concerto, ovvero tutto ciò che amano giustamente i giovani, è una scelta astuta. Così si evita di usare forme coercitive, che suscitano nella popolazione un disagio immediato. Quello che spinge molti di noi a vaccinarsi è il fascino di recuperare la libertà personale. Una lusinga utile».

Il vaccino è stato accolto con una certa prudenza, ha proseguito Vinceti. «Oggi possiamo dire che gli effetti collaterali della profilassi sono minimi e perfino la copertura sembra più duratura: sulla terza dose uno studio americano (gli Usa hanno dati migliori dei nostri perché hanno iniziato prima le iniezioni) sembra confermare che gli anticorpi diminuiscono ma restano protettivi oltre gli otto mesi paventati, pare che l’effetto si prolunghi all’incirca per un anno». Perciò a questo punto «occorre raggiungere il traguardo di una forma di immunità di gregge. Questo è il momento in cui ce la giochiamo: bisogna dare il massimo per alzare la percentuale dei vaccinati, soprattutto tra i giovani. Ben venga qualsiasi escamotage che ci permetta di compiere l’ultimo passo per uscire dalla pandemia». —


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