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Le numerose storie di integrazione che rendono assurda la tragedia di Saman

Alessandro Cagossi
Le numerose storie di integrazione che rendono assurda la tragedia di Saman

La testimonianza dei pakistani organizzatori della fiaccolata «Serve un’associazione locale per superare gli ostacoli»

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Alessandro Cagossi

NOVELLARA. Da sabato scorso, dopo 67 giorni di ininterrotta attività sul campo, sono sospese le ricerche del corpo di Saman Abbas nell’area dell’azienda agricola “Le Valli” di Ivan Bartoli in via Colombo, la Strada provinciale 5 tra Novellara e Reggiolo. Nel frattempo, sta facendo passi concreti il proposito di costituire un’associazione pakistana novellarese, da parte degli attivisti pakistani della Bassa, che domenica scorsa hanno organizzato in piazza Unità d’Italia un sit-in partecipato da un migliaio di persone in suffragio di Saman Abbas.

Ma chi sono questi referenti che si sono mobilitati sia simbolicamente, con l’organizzazione del sit-in per la ragazza 18enne di cui non si hanno più notizie dal 30 aprile scorso, sia concretamente, con l’istituzione di un’associazione a tutt’oggi assente a Novellara?

LA WEB-TV

Abitano a Campagnola Anwar Mohammad, 45 anni, imprenditore edile e reporter della web-tv pakistana Jazba News, e sua moglie Saadia Parveen, 38 anni, mediatrice linguistica e culturale, nonché traduttrice. I loro figli sono nati in Italia: la figlia maggiore studia lingue all’Università di Forlì; il figlio minore frequenta le scuole superiori. Mohammad sta seguendo da vicino la vicenda di Saman Abbas. Il suo video reportage sul sit-in tenutosi domenica scorsa è stato visualizzato da migliaia di utenti, così come il suo servizio sulla recente visita del console pakistano Manzoor Chaudhry in Comune a Novellara.

L’AUTOCRITICA

Saadia Parveen ha partecipato alla Consulta delle donna di Campagnola e al sit-in in ricordo di Saman, dove ha preso la parola: «Non conoscevo la famiglia di Saman Abbas, nonostante lavori da oltre 10 anni come mediatrice culturale in provincia di Reggio Emilia. A volte succede che una famiglia si isoli anche dalla comunità pakistana, non solo italiana. Quello che voglio dire è che i pakistani sono pacifici e civilizzati, non sono assassini. Ci sono forze all’interno della società pakistana – sia in Pakistan, sia in Italia – che spingono per il progresso. Ma bisogna fare autocritica e trovare delle soluzioni. Saman non stava bene in famiglia e aveva dei problemi coi suoi genitori. Questi problemi emergono, in alcune famiglie, dove non è concesso alle figlie di studiare dopo l’obbligo scolastico; vige per loro il divieto di lavorare, oppure si impone un matrimonio contro la loro volontà. Al contrario, ci sono molte famiglie che sostengono i propri figli nello studio, nel lavoro, nelle loro scelte di vita».

L’INTEGRAZIONE

Anche Atif Nazir, mediatore culturale di Suzzara (Mantova), che in passato ha abitato a Villarotta di Luzzara, ha partecipato alla manifestazione di domenica: «Saman ha subito un atto criminale. La comunità pakistana, fatta di uomini e donne, non accetta nessun tipo di violenza, incluso quella contro le donne. La nostra comunità è doppiamente sotto shock: per la terribile vicenda di Saman e per la strumentalizzazione da parte di certi media che descrivono la società pakistana come se fosse tutta intrisa di patriarcato, caste, matrimoni forzati. Questa è una mistificazione inaccettabile. È fondamentale che le istituzioni coinvolgano i mediatori culturali nelle loro politiche di integrazione, perché siamo in grado di fare da ponte tra le due culture e percepire le situazioni di pericolo, come già accaduto in passato in varie occasioni».

L’ASSOCIAZIONE

Ali Shafaqat, impiegato di un’azienda di San Martino in Rio in cui è delegato Rsu, è uno dei portavoce dell’Associazione pakistana di Correggio. Ha due figli piccoli nati in Italia. «Spesso – osserva Shafaqat – nella Bassa vengono organizzati festival dello sport con la partecipazione di indiani, pakistani e bengalesi (questi ultimi soprattutto nel Mantovano). A Novellara sono molto visibili e integrati gli indiani sikh, mentre manca un’associazione pakistana. Bisogna colmare questo gap perché sikh e pakistani provengono entrambi dal Punjabi, parlano la stessa lingua, anche se viene scritta con alfabeti diversi. Si considerano come parte dello stesso ceppo culturale e interagiscono tra di loro qui in Italia».

LA DISINFORMAZIONE

Imran Rome, 41enne di Santa Vittoria di Gualtieri, è un imprenditore che gestisce vari distributori di benzina. È in Italia da 16 anni. I suoi 5 figli sono nati qui, e da sempre collabora con l’amministrazione comunale di Gualtieri.

«Negli anni scorsi – afferma Rome – abbiamo organizzato, assieme a dei volontari italiani, pakistani e indiani, il Festival del riso, un cibo tradizionale sia in Pakistan che nella Bassa reggiana. Inoltre, nel 2011 sono stato coinvolto in un progetto per i giovani. Conosco bene gli italiani, ogni giorno parlo con circa 500 clienti. Il problema, spesso, è il pregiudizio verso i musulmani, causato da mancanza di comunicazione o da informazioni distorte. Dobbiamo agire con coraggio e rimuovere questi ostacoli». —

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