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Il welfare a Reggio  

Sono ottomila le famiglie in carico ai servizi sociali

Roberto Fontanili
Sono ottomila le famiglie in carico ai servizi sociali

Vanno inoltre aggiunte le 3mila persone che si rivolgono ai poli territoriali. Il dato è emerso dall’incontro “Banda larga di comunità” promosso dal Comune 

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REGGIO EMILIA. Sono 8mila le famiglie in carico ai servizi sociali del Comune di Reggio. Un numero di per sé già imponente a cui si aggiungono altre 3mila persone che si rivolgono ai Poli sociali Territoriali e che fruiscono delle opportunità offerte da quel vasto e articolato movimento di welfare diffuso di comunità.

Un sistema articolato sul territorio che vede attivi oltre al Comune, numerose associazioni che con i loro oltre 600 volontari portano avanti una novantina di progetti. La fotografia che è emersa dall’incontro che si è svolto ieri mattina ai Chiostri di San Pietro ha consentito di misurare anche l’impatto che la pandemia ha avuto sulle fasce più fragili della popolazione e al tempo stesso di fare il punto sulla situazione e tracciare alcune linee di indirizzo sul lavoro futuro. Con una visione che sempre più metta insieme pubblico, privato sociale, associazionismo e volontariato per fornire risposte che vadano oltre l’assistenza e puntare su progettualità che guardino a un recupero di autonomia delle persone e al tempo stesso tenere sotto controllo una spesa sociale in costante crescita.

All’incontro “Banda larga di comunità”, promosso dal servizio Servizi sociali del Comune di Reggio, hanno partecipato 130 persone (di cui 90 in presenza) tra referenti di Poli sociali territoriali, associazioni, enti del Terzo settore, cooperative e singoli cittadini che si sono confrontati con il sindaco Luca Vecchi, l’assessore al Welfare Daniele Marchi e la dirigente ai Servizi sociali del Comune Germana Corradini, che ha coordinato i lavori, mentre Franca Olivetti Manoukian, Gino Mazzoli, Claudia Marabini e Walter Tarchini, che nei loro interventi sono entrati più direttamente nel vissuto quotidiano con una analisi di quanto emerso dal territorio.

Il confronto di ieri ha preso le mosse dal fatto che a partire dai primi anni 2000 i Servizi sociali hanno vissuto quella che è stata definita «una importante riorganizzazione» che ha messo in discussione assetti e risposte consolidati e tradizionali per avviare sperimentazioni che si sono qualificate per una forte attenzione all’ascolto dei problemi dei cittadini. Un’attività di che si è via via affinata partendo dall’analisi costante di dati quantitativi, al contatto con gruppi e associazioni, allo svolgimento di incontri e assemblee e dalla raccolta di elementi e specificità culturali che emergono nei quartieri. In un percorso, è stato sottolineato, «che ponesse in primo piano la competenza relazionale tra individui, per puntare a ricostruzioni di legami, riconoscimenti di autonomie e responsabilità».

Grazie alla collaborazione tra i Servizi sociali e i diversi soggetti sul territorio, sono nate in questi anni nuove progettazioni, nuovi servizi e opportunità per i cittadini pressoché a costo zero, come nel caso degli ambulatori infermieristici realizzati da volontari, diverse attività di doposcuola per i giovani e di socializzazione per anziani, il progetto Locanda della memoria. Particolare attenzione è stata rivolta ad alcune esperienze come i Tavoli di Quartiere, che hanno visto il coinvolgimento di soggetti che solitamente non partecipano a incontri e assemblee pubbliche, così come la creazione da parti degli sportelli sociali di occasioni di incontro sui problemi che si sono manifestati, senza aspettare in ufficio le richieste di aiuto e tutto ciò è stato strategico per comprendere rapidamente la realtà.

Come avviene con lo Sportello sociale in Tribunale per intercettare precocemente le situazioni ed evitare che le persone arrivino a chiedere aiuto ai Servizi quando ormai la situazione è compromessa. Lo sportello è presente ogni giovedì in concomitanza con le udienze per gli sfratti, con lo scopo di offrire aiuto alle famiglie nel momento di avvio delle procedure di sfratto e costruire le condizioni per recuperare, se possibile soluzioni alternative. Una rete diffusa che anche nel corso della pandemia ha consentito di riscoprire forme di solidarietà diverse anche nei condomìni e nei quartieri. —

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