Comer conquista la tedesca Walterscheid «Investiti 200 milioni: così raddoppiamo»
L’azienda di Reggiolo acquisisce il 100% della ditta straniera controllata dal fondo One Equity Partner che diventa socio
Enrico Lorenzo Tidona
REGGIOLO. «In un mondo con scenari ancora incerti, la dimensione è un fattore competitivo importante. Bisogna avere delle fondamenta solide, linee guida forti e una capacità di investimento molto grande per finanziarie ricerca, sviluppo e automazione industriale. Solo così si resta all’avanguardia». Matteo Storchi vuole mangiare, non essere mangiato e ieri ha annunciato il raddoppio della stazza della sua Comer Industries. L’azienda di ingegneria e soluzioni di meccatronica ha sborsato infatti 203 milioni di euro per acquistare il 100% della tedesca Walterscheid Powertrain Group. La meccanizzazione e l’automazione restano infatti una frontiera, come hanno capito qualche anno fa i cugini Storchi che nel 2017 hanno preso in mano l’azienda di famiglia di Reggiolo, per farla diventare un player davvero globale. Ora, quattro anni dopo, hanno messo a segno la scalata del gruppo tedesco, leader nel settore di componenti e sistemi di azionamento per il settore agricolo, industriale, delle costruzioni e delle attrezzature minerarie. Un colpo di mercato che porta Comer a raddoppiare il suo fatturato, che a livello aggregato sfiorerà gli 800 milioni di euro, passando da 1.500 a 3.600 dipendenti.
Presidente Storchi, dopo aver scalato l’azienda di famiglia e averla quotata, si può dire che avete chiuso il primo grande cerchio?
«È un filo che abbiamo cominciato a tirare nel 2017, quando noi cugini della seconda generazione abbiamo acquisito con determinazione questa azienda. Poi abbiamo inserito le nostre idee, una crescita organica, cercando di migliorare. Nel 2019 abbiamo aperto il capitale e ci siamo quotati in Borsa e ora questa acquisizione, che è un punto di arrivo».
Da quant’è che lavorate a questa operazione?
«Abbiamo cominciato a parlarne a settembre dell’anno scorso. Si tratta certamente di un’acquisizione importante ma strategica».
Ci saranno ripercussioni?
«Siamo due aziende complementari e abbiamo pochissime sovrapposizioni. Abbiamo possibilità di integrazioni davvero importanti sia dal punto di vista del prodotto, sia per modelli di business. Loro hanno una parte di aftermarket e un service departement che a noi manca. Geograficamente siamo quasi perfetti: entrambi forti in Europa ma noi più presenti in Asia e loro più verso gli Stati Uniti. Quindi la copertura del globo ora è potenzialmente molto maggiore».
Avete sfruttate un’opportunità nell’anno difficile del Covid?
«Ci tengo a dire che questo è un progetto industriale. Noi stessi siamo industriali e industriali vogliamo rimanere. La strategicità dell’operazione è poi di medio-lungo termine, cercando di creare valore nel tempo, diverso rispetto alle logiche del mondo finanziario. Poi è chiaro che bisogna deliberare risultati».
Alla fine però nel capitale sociale di Comer entra One Equity Partner, un fondo miliardario. Reggiolo è sempre più nella cartina degli investitori internazionali?
«Sì ma la maggioranza dell’azienda resta in mano alla nostra famiglia. E questo era l’unico punto per noi non negoziabile. Volevamo assolutamente mantenere il controllo. Penso poi che si tratti di uno dei pochi casi al mondo in cui un fondo di private equity che ha la maggioranza in un’azienda accetti di scendere in minoranza».
Un cambio di paradigma in favore delle industrie?
«Con questa liquidità enorme che c’è nei mercati anche i fondi private stanno cambiando il loro orizzonte temporale e industriale. Per ottenere ritorni migliori si devono affidare a imprenditori o manager di specifici settori che hanno visioni diverse alle loro che sono invece temporalmente molto più ridotte».
È complesso accettare un socio di peso con interessi su scala internazionale?
«Questo rispecchia la nostra volontà di essere i primi e di metterci in discussione. Il fatto che entri un socio importante sicuramente ci stimola a recepire idee e mentalità diverse».
È l’ennesima rivincita della old economy sull’euforia digitale?
«Guardi, due settimane fa abbiamo inaugurato l’atelier della meccanica a Reggio Children mentre tutti stanno andando verso il digitale. Diciamo che vorremmo tornare un po’ all’analogico perché solo con il digitale si rischia di andare poco lontano».
Non si può negare che si tratti però di un’operazione fortemente a leva.
«Abbiamo stipulato un finanziamento insieme a Credit Agricole di 220 milioni di euro: 170 milioni di euro più 50 milioni di dollari, di cui 40 milioni li usiamo per pagare cash l’operazione, il resto serve per rifinanziare il debito della Wpg che era un po’ troppo pesante dal punto di vista degli impatti. Rifinanziandolo noi avremo sicuramente delle sinergie importanti».
Comer guarda al mondo ma state investendo anche su Reggiolo?
«Stiamo completando lì il trasferimento della sede di Cavriago, come stabilito con l’accordo sindacale dell’agosto scorso. Abbiamo quindi investito raddoppiando la superficie del nostro stabilimento di Reggiolo dove abbiamo portato quanto c’era a Cavriago riuscendo ad avere molte sinergie».
Siete ottimisti sulla ripresa?
«Il 2020 ormai è andato. Il primo semestre di quest’anno è stato positivo. La situazione davanti a noi non è male ma bisogna essere cauti. Se si fermano l’India o il Brasile per noi è un problema mentre la Cina si è ripresa velocemente».
La fame vien mangiando: avete in mente altre operazioni straordinarie o proseguire la crescita interna?
«Adesso pensiamo a digerire questo boccone. C’è in ballo ancora l’antitrust e un iter autorizzativo che porterà via un altro trimestre. Poi dipenderà delle opportunità del mercato. Sicuramente questa operazione fatta da un mix di carta e capitale ci permetterà di non essere ingessati per i prossimi anni». —
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