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Poliziotti: un condannato, una assolta Spuntano altri agenti sotto indagine

Enrico Lorenzo Tidona
Poliziotti: un condannato, una assolta Spuntano altri agenti sotto indagine

Depistaggi e falso: un terzo patteggia. L’assistente capo tornerà al lavoro ma sarà risarcito uno dei due gambiani

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Enrico Lorenzo Tidona

REGGIO EMILIA. Un patteggiamento, una condanna e un’assoluzione. È terminata così, in primo grado, la delicata vicenda dei tre poliziotti della Squadra Volante della questura di Reggio Emilia, messi sotto inchiesta per depistaggio e falso perché avrebbero calcato la mano su alcune indagini e relativi verbali.

L’INCHIESTA è più LARGA

Un’inchiesta, si apprende però ora, che ha coinvolto anche altri quattro colleghi dei tre poliziotti già giunti ieri a giudizio. Gli altri quattro indagati, infatti, sono rimasti per ora a margine del procedimento penale approdato in tribunale. Un allargamento dell’indagine venuto a galla durante un’udienza quando una delle difese ha chiesto di far sentire un collega dei tre poliziotti in qualità di teste per la difesa. Richiesta che ha visto la ferma opposizione dei sostituti procuratori Marco Marano e Iacopo Berardi perché si trattava di un poliziotto indagato per reato connesso. Non un caso isolato, trattandosi infatti di almeno quattro indagati ulteriori secondo quanto appreso, la cui posizione è ancora aperta in attesa della decisione che dovrà prendere la procura in merito: se archiviare o chiedere l’eventuale rinvio a giudizio, che al momento sembra però un’ipotesi più sfumata, essendo rimasti finora fuori dalle aule di tribunale. La firma di alcuni degli ulteriori indagati nei verbali contestati ai colleghi finiti davanti al giudice.

LE ACCUSE

La vicenda partì dalla segnalazione in merito all’arresto e alle indagini (considerate non attendibili) per la rapina di due gambiani: Njie Essa (30 anni) e Doudou Momodou Taal (21enne a cui è andata ieri un provvisionale di 3mila euro più spese legali chiesti dall’avvocato Jenny Loforese), entrambi già in carcere per altri reati.

LA SENTENZA

Il giudizio emesso ieri con rito abbreviato dal gup Luca Ramponi riguarda quindi un sovrintendente capo, un assistente capo e una poliziotta. Accuse in parte confermate e in parte cadute. Il sovrintendente capo, infatti, difeso dall’avvocato Alessandro Conti, ha patteggiato una pena a 1 anno e 10 mesi, pena concordata con la procura e confermata ieri. Sovrintendente che già da tempo aveva lasciato la questura, dedicandosi a un altro mestiere. «Si è chiusa una pagina molto dolorosa per questi poliziotti» commenta brevemente l’avvocato Conti: «L’errore se è stato commesso era in buona fede ma questa, in casi così, non contato nulla».

RITORNO AL LAVORO

L’assistente capo, invece, difeso dall’avvocato Matteo Marchesini, è stato condannato a un anno e 11 mesi, pena sospesa, rispetto a una richiesta della procura che era stata di due anni e due mesi. Per lui è decaduta anche la misura del giudice che lo sospendeva dalla professione di agente di polizia. L’avvocato Marchesini ne aveva chiesto infatti la revoca ma di fatto, visto che la pena è stata sospesa, c’è stata la cessazione automatica dell’efficacia. C’era però la misura similare disposta dal questore Giuseppe Ferrari, che è già decaduta e dovrebbe portare alla restituzione del tesserino all’agente «che potrà tornare al suo posto di lavoro - afferma l’avvocato Marchesini - salvo eventuali diverse disposizioni da parte del ministero».

L’ASSOLUZIONE

Assolta per non aver commesso il fatto, invece, la poliziotta difesa dall’avvocato Ernesto D’Andrea, per la quale era già sfumata l’accusa di depistaggio, assolta poi ieri dal giudice per l’udienza preliminare anche dall’accusa di falso. Di fatto, quindi, non ha preso parte al reato contestato in premessa dalla procura, che per lei aveva chiesto una condanna a un anno e quattro mesi. La poliziotta era già tornata dal marzo scorso al suo lavoro e ieri era presente così come l’assistente capo, felicitandosi della sentenza in suo favore. «C’è estrema soddisfazione per questa assoluzione - dice D’Andrea - siamo riusciti a provare l’innocenza della mia assistita smontando la tesi dell’accusa con fatti che hanno poi prevalso. Leggeremo le motivazioni tra 90 giorni». —

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