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L'anniversario

Il G8 di Genova 20 anni fa, quando la democrazia fu sospesa

Stefano Tamburini
La sovracopertina dedicata al G8 di Genova della Gazzetta di Reggio
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La sovracopertina dedicata al G8 di Genova della Gazzetta di Reggio

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Vent’anni dopo in tanti, troppi, hanno dimenticato o, peggio ancora, evitato di ricordare, rimosso. Vent’anni fa, dal 19 al 22 luglio, a Genova andò in scena la pagina più nera della storia della democrazia italiana, quella che ruotava intorno a un G8 che non era solo un vertice di Grandi Potenze ma soprattutto uno scontro fra la dilagante logica della globalizzazione e un fiero movimento pacifista ed ecologista, peraltro oggi ancor più attuale. Era un “no” alla concentrazione delle risorse in mano a un ristretto gruppo di potenti che si facevano scudo dietro a una ventata di neoliberismo come preludio a un allargamento della forbice delle risorse fra pochi ricchi e tanti meno fortunati.


Era il primo anno della moneta unica, il G8 si apriva dopo il fresco ritorno al governo di Silvio Berlusconi con una brusca svolta a destra. E si svolgeva in una sede inadatta a un vertice di quel tipo che veniva contestato in qualsiasi parte del mondo. Genova era stata scelta da un precedente governo di centrosinistra ma il teatro aggravò tensioni che una pericolosa miscela di errori avrebbe alimentato comunque. E così andò in scena una brutta storia nella quale lo Stato divenne Antistato, nella quale torture e violenze degli uomini in uniforme randellarono la democrazia ancor prima delle teste e dei corpi dei manifestanti. Furono rastrellati mentre dormivano pacificamente nella scuola Diaz dopo che la stessa polizia aveva fabbricato false prove della presenza di molotov. Una macelleria messicana piombata in un Occidente incredulo.


In quel governo molto di destra si concentrarono tentativi autoritari e un pessimo ministro dell’Interno, Claudio Scajola. Ma anche un clima che poteva tranquillamente permettere di teorizzare gli «arresti preventivi» dei potenziali manifestanti più pericolosi. E non dal primo che passava al bar di piazza Colonna ma dal vicepresidente del Consiglio, Gianfranco Fini, un ex fascista capace di ridare al vecchio Movimento sociale una veste di destra moderna (Alleanza nazionale) ma ancora ostaggio di una mentalità da ventennio. Ci mise del suo un potente servizio di disinformatija da parte dei servizi segreti con il megafono di una parte di giornalismo distratto o complice. Da mesi alcuni giornali e le tv di proprietà del presidente del Consiglio diffondevano patacche travestite da “rapporti riservati” sulle intenzioni dei contestatori del vertice delle Grandi Potenze. L’esempio più clamoroso fu quello della diffusione di un falso piano di aggressione preordinato verso poliziotti e carabinieri con lanci di palloncini caricati a sangue infetto.


Il bombardamento mediatico fu talmente martellante da far risultare veritiere queste e altre paure diffuse con logica criminale. E quando si arrivò al G8 per completare l’opera fu sufficiente l’infiltrazione di pericolosissime frange di contestatori violenti – i Black bloc – intorno alle decine e decine di migliaia di manifestanti pacifici. Ci scappò il morto e fece molto comodo per scatenare la repressione. Un ragazzo, Carlo Giuliani, fu centrato da un proiettile sparato da un carabiniere inesperto e impaurito, a tre metri e mezzo di distanza da quel giovane che brandiva un estintore e stava per lanciarlo. Il militare, Carlo Placanica, ha pagato carissimo e verrebbe da dire per tutti quel colpo maldestro frutto anche di una scarsa preparazione. Furono in tanti, anche in uniforme, a essere mandati allo sbaraglio, contribuendo a invelenire il clima, penalizzando la parte sana delle forze dell’ordine. Nella sala operativa stazionava stabilmente, senza averne titolo, un parlamentare di Alleanza nazionale, Filippo Ascierto, ex maresciallo dei carabinieri.
Di fatto erano segnali chiari per tutti quelli che nelle forze dell’ordine non vedevano l’ora di tentare una spallata a favore dell’instaurazione dello Stato di polizia. Ed è quello che avvenne, con gli uomini in uniforme che divennero aguzzini di cittadini inermi. Franco Gabrielli oggi è il sottosegretario responsabile dei servizi segreti, nel 2017, da capo della polizia, rilasciò a Repubblica un’intervista devastante: «Il G8 di Genova fu una catastrofe. Al posto di De Gennaro (il capo della polizia di allora, ndr) mi sarei dimesso. Un’infinità di persone subirono violenze che hanno segnato le loro vite e chiedere scusa a posteriori non è bastato».
C’è stato di peggio. Funzionari di polizia condannati e di fatto mai puniti veramente, anzi promossi e premiati. Quel G8 fu una costante violazione dei diritti umani, sfociata nei due episodi più emblematici. L’assalto-pestaggio per arrestare pacifici cittadini dentro il dormitorio della scuola Diaz (anche con armi improprie non in dotazione alle forze dell’ordine) e le violenze verso centinaia di “prigionieri” dentro il carcere provvisorio della caserma di Bolzaneto. Donne denudate costrette a subire penetrazioni con i manganelli dei poliziotti, ragazzi costretti a cantare “Faccetta nera” per non essere presi a pugni. Di fatto andò in scena lo Stato torturatore e impunito. Il dopo-G8 fu anche peggio, perché è stata una storia di depistaggi, prove manipolate, ostacoli alle indagini orditi nelle caserme.


Una logica spalleggiata ancora oggi da quelle forze politiche che si oppongono all’introduzione del reato di tortura e di fatto vogliono impedire l’identificabilità degli agenti accusati di violenza. La stessa logica che oggi anima fin troppi carcerieri. Quel G8 di fatto non è mai finito, e non solo perché non è mai stata fatta piena giustizia. Oltre 250 procedimenti contro agenti violenti sono stati archiviati per l’impossibilità di identificarli. La Corte europea dei diritti dell’uomo ha dichiarato che è stato violato l’articolo 3 sul “divieto di tortura e di trattamenti inumani o degradanti” durante l’irruzione della scuola Diaz. Lo Stato italiano ha patteggiato per gli atti di tortura nella caserma di Bolzaneto. Ieri altri agenti protagonisti della mattanza hanno perso l’ennesimo ricorso.


Domani sarà il ventesimo compleanno della notte della democrazia sospesa. Abbiamo saputo riconquistare l’alba senza aver fatto pienamente i conti con quelle ore buie. E senza costruire gli anticorpi necessari a impedire casi come quelli di Stefano Cucchi e Federico Aldrovandi o i pestaggi da “pattuglione” nelle carceri. La memoria è fondamentale per evitare nuovi errori. Chi tace o fa spallucce è complice della macelleria del 2001 e di tutte quelle che sono venute dopo. —

 

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