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Bellini spunta anche nel dossier dimenticato sulle stragi di mafia

Bellini spunta anche nel dossier dimenticato sulle stragi di mafia

Un rapporto della Dia rimasto 29 anni nel cassetto  fra le carte della commissione d’inchiesta siciliana 

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REGGIO EMILIA. Ci sono anche i rapporti fra la Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, e il boss di Altofonte Antonino “Nino” Gioè, in quello che è stato definito il “Rapporto Oceano”, dossier di 70 pagine che nel marzo 1994 la Dia diretta all’epoca da Pippo Micalizio inviò alle Procure di Palermo, Roma, Milano e Firenze. Un rapporto «strettamente riservato» sulle stragi di Falcone e Borsellino e su quelle di Roma, Milano e Firenze, di cui ora ne dà notizia Repubblica Palermo, rimasto chiuso nei cassetti per 29 anni prima che, nei giorni scorsi, la commissione Antimafia della Regione Sicilia presieduta da Claudio Fava, che, depositasse una relazione su un nuovo lavoro d’indagine sui misteri delle bombe mafiose. Secondo quanto emerso, nel “Rapporto Oceano” si ipotizzava che l’uccisione di Falcone e Borsellino siano state «richieste» a Totò Riina da «personaggi importanti» per ottenere una revisione del maxi-processo. Nel documento venivano citati il capo della P2, Licio Gelli, i servizi segreti deviati e «ambienti imprenditoriali finanziari», con il coinvolgimento di esponenti dell’eversione nera. A cominciare da Pietro Rampulla, mafioso della famiglia di Mistretta con una militanza in Ordine Nuovo, che confezionò l’esplosivo usato a Capaci.

«È stato il procuratore generale Roberto Scarpinato — si spiega nella relazione — a citare alla commissione un rapporto della Dia in cui si delineava il quadro “economico politico finanziario” delle stragi. Rapporto inviato a quattro procure, ma mai utilizzato nelle decine di inchieste che si sono succedute». È in questo contesto che la Dia segnalò anche il legame fra Gioè e Bellini, in relazione alla trattativa Stato-Mafia sulle opere d’arte, imbastita per il recupero di alcune preziose tele rubate dalla banda di Felice Maniero alla Pinacoteca di Modena in cambio di arresti domiciliari o detenzioni ospedaliere per cinque mafiosi, fra i quali Pippò Calò, Luciano Liggio e Bernardo Brusca. Gioè, boss di Altofonte fra i responsabili proprio della strage di Capaci, aveva conosciuto Bellini nel 1981 nel carcere di Sciacca. E la Primula Nera, ancora con l’alias brasiliano di Roberto Da Silva, ottenne la sua fiducia dopo averlo battuto a una partita di ping pong, come lo stesso Bellini ha raccontato in occasione di processi in cui è stato testimone.

Gioè venne poi trovato suicida in carcere a Rebibbia in circostanze misteriose nel 1993, lasciando una lettera in cui anche c’è un riferimento alla Primula Nera, considerandolo un infiltrato. Le opere furono poi recuperate grazie all’intervento dello stesso Maniero, in due fasi, nel 1993 e nel 1995. Argomenti in parte affrontati anche nel processo mandanti sulla strage di Bologna, dove la Primula Nera reggiana – che si è sempre proclamato innocente – è accusato dalla Procura Generale di essere il quinto uomo dell’attentato, colui che il 2 agosto 1980 portò la bomba in stazione, provocando 85 morti e oltre 200 feriti in concorso con i Nar Valerio Fioravanti, Francesca Mambro e Luigi Ciavardini (condannati in via definitiva) e con Gilberto Cavallini (condannato in primo grado all’ergastolo). Fra i teste che hanno già sfilato davanti alla Corte d’Assise di Bologna, presieduta da Francesco Caruso, la trattativa Stato-Mafia è diventata argomento di deposizione nelle udienze in cui sono stati convocati l’antiquario Agostino Vallorani, condannato per reati contro il patrimonio, vecchia conoscenza di Bellini, e il luogotenente dei carabinieri Roberto Tempesta, un tempo maresciallo del Nucleo tutela patrimonio artistico, al quale Bellini – con il nome in codice di Aquila Selvaggia – consegnò il foglietto con il nome dei mafiosi. Vicende su cui avrebbe dovuto testimoniare Mario Mori, ex comandante del Ros ed ex direttore del Sisde, che si è avvalso della facoltà di non rispondere perché considerato testimone assistito, in quanto finito sotto indagine per falsa testimonianza al termine del processo Cavallini e imputato a Palermo nel processo Stato-Mafia, dove è stato condannato in primo grado a 12 anni. Nei giorni scorsi, sulla falsa testimonianza nel processo Cavallini la Procura di Bologna ha chiesto per Mori l’archiviazione.

«Io mi sono infiltrato in Cosa Nostra, è un concetto ben diverso “volere” e “riuscirci”. Io c’ero e ben piazzato». E poi: «Quella schifezza... guardi, sarò molto più breve, perché se mi si alza troppo la pressione potrei rischiare un infarto. Allora con calma, un attimo che mi tranquillizzo, nasce dal fatto delle stragi di Falcone e Borsellino. Dopo Borsellino io decido, avendo forse una possibilità che secondo me era fattibile, d’infiltrarmi in Cosa Nostra». Così, nel gennaio 2020, Bellini parlò nelle vesti di testimone al processo ’Ndrangheta Stragista: un’infiltrazione riconosciuta anche dal boss Totò Riina, che – come già noto – affermò che «questo Bellini me lo trovo in mezzo ai piedi». —

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