Gazzetta di Reggio

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L’avvocato Martinelli 

«Intanto a finire in carcere sono stati solo gli Arabia»

Am.P.

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REGGIO EMILIA. «Sull’accusa di corruzione non esiste alcuna prova che la dazione di denaro sia effettivamente avvenuta. L’accusa di corruzione si basa sulle dichiarazioni di una ex socia degli Arabia la quale, guarda caso subito dopo essere stata estromessa dalla ditta, inizia a collaborare con i carabinieri affermando “ho sentito dire che gli ha promesso 500 euro”. Non è una prova, è una soffiata non credibile». L’avvocato Davide Martinelli è il difensore dei fratelli Nicola e Giuseppe Arabia, gli unici dietro le sbarre. E già questo, secondo il legale, è una anomalia. «Sottolineo la disparità di trattamento riservata ai miei assistiti rispetto agli altri indagati: sono gli unici detenuti. I fratelli Arabia non sono noti: è noto il cognome. Si parla di numerosi precedenti penali. In realtà Giuseppe ha rimediato una sola condanna in rito abbreviato per fatture false, Nicola è incensurato. Entrambi avevano un procedimento penale per ricettazione che si è concluso giovedì scorso al tribunale di Parma con una assoluzione per non aver commesso il fatto». L’avvocato tenta di allontanare l’odore di ‘ndrangheta che aleggia su di loro. «Gli inquirenti giustificano la misura cautelare con il rischio di reiterazione del reato e con la pericolosità sociale degli Arabia, ma si tratta di una pericolosità desunta dai legami di sangue. A mio avviso è contestabile: le colpe dei padri non possono ricadere sui figli». Entro venerdì dovrà svolgersi l’interrogatorio di garanzia dei fratelli e il legale preannuncia che gli imputati si avvarranno della facoltà di non rispondere: troppo gravi le accuse contestate, troppo corposa l’ordinanza, che conta quattrocento pagine. Tuttavia l’avvocato Martinelli svela quella che sarà la strategia della linea difensiva, che capovolge quella dell’accusa. «Sulla truffa non c’è nemmeno la querela dell’assicurazione. Si procede per corruzione: tutto il resto è contorno. Il reato di corruzione prevede un “patto scellerato” tra le parti del quale non c’è prova e che i miei assistiti negano. Anzi: erano loro ad essere “sfruttati” dal carabiniere infedele. Nelle pagine dell’ordinanza emerge come i rapporti tra il carabiniere e gli Arabia fossero di natura tale da scontentare i fratelli. I due sono titolari di un’attività di noleggio automezzi: è documentato come il carabiniere si presentasse in azienda, in divisa, prendendo a noleggio un furgone o un’auto senza mai chiedere il prezzo e senza mai pagare. Nei messaggi che i carabinieri si scambiano compare la frase “prendila (l’auto), tanto non la paghiamo”. In una intercettazione la moglie telefona a Nicola Arabia: “C’è il carabiniere che vuole il furgone, cosa faccio?”. Lui, seccato, risponde: “Daglielo, non si sa mai che un giorno potremmo avere bisogno”. Frase interpretata in modo scorretto. ll patto scellerato è provato solo perché i militari hanno usato a scrocco i mezzi degli Arabia e quindi, a detta della Procura, le divise avrebbero dovuto “restituire” il favore? È una tesi non sostenibile. Così come non si può applicare una misura cautelare perché un’ex socia ha “sentito dire” il presunto prezzo della corruzione». —

Am.P.

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