Pakistana si “ribella” al marito Il padre: «Ora sei di sua proprietà»
Il coniuge la costringe a convivere con l’amante e la picchia. Iniziato il processo ma lei è sparita
Enrico Lorenzo Tidona
Bassa reGGIANA. Lo ha sposato, hanno avuto quattro figli e ha accettato di buon grado la convivenza segnata dalle regole del paese di origine, il Pakistan, dove anche lei è nata frequentando però tutte le scuole in Italia, diventando anche mediatrice culturale. Proprio nella bassa reggiana, la ragazza trentenne ha creato la sua famiglia con il marito, un coetaneo operaio che un giorno ha portato in casa un’amica. Ci è voluto poco alla moglie per capire che si trattava di un’amante, per allontanare la quale si è ribellata al marito, innescando una spirale terminata con un’accusa di lesioni e maltrattamenti nei confronti del marito – mossa dal sostituto procuratore Valentina Salvi – finito alla sbarra in una processo complesso in tribunale a Reggio Emilia. Quando ha detto al marito di mandare via e di non frequentare più l’amante, lui avrebbe cominciato a minacciarla, in un’occasione brandendo un coltello, come racconta la donna nell’ottobre del 2018 alle insegnanti dei figli, che fanno partire una prima segnalazione ai servizi sociali, i quali attivano il tribunale dei minori. «Lei aveva parlato di minacce e maltrattamenti – ha dichiarato ieri come testimone l’assistente sociale sentita dal collegio presieduto da Simone Medioli con Sarah Iusto e Chiara Alberti a latere – era depressa, aveva parlato di questa convivenza forzata con l’amante del marito». La moglie si era anche ingegnata: per tentare di cacciare la donna di casa, si era inventata un profilo Facebook finto per contattare l’ex marito dell’amante e raccontargli la vicenda. «Un episodio che aveva fatto scattare un’altra lite perché il marito si arrabbiò sia per il fatto in sé sia perché aveva contattato direttamente un uomo» ha riportato l’assistente sociale. Viste le vessazioni il tribunale dei minori ha disposto l’allontanamento temporaneo dell’uomo e il divieto di espatrio per i figli. A tentare di ricucire la frattura è stato il padre della ragazza. «La proprietà di una donna passa dal padre al marito. Questa è la regola» le ha detto, come riportato ieri dall’assistente sociale che ha seguito le vicende della famiglia. «Ma sei io avessi fatto come lui e avessi un’amante, allora voi cosa fareste? Mi uccidereste?» ha risposto la figlia ribelle al padre, come riportato ieri in aula. La donna aveva già visto mettere sotto protezione sua sorella, che tempo prima si era a sua volta ribellata ma in questo caso a un matrimonio combinato – con l’accordo del padre – venendo quindi allontanata dalla famiglia. La ribellione della trentenne non è durata però a lungo: a maggio del 2019 si riconcilia con il marito. Ma anche qui la pace dura poco. In estate lei lo accusa ancora di frequentare l’amante. Da lì una forte lite, con il marito che appena fuori casa spinge la donna contro una vetrata che si infrange. Lei e i bimbi scappano in lacrime da un vicino che offre riparo – sentito ieri dai giudici – e il tribunale dei minori intima ancora all’uomo di star loro lontano. «Per noi è una storia di gelosia» dice l’avvocato Federica Ghesini che difende l’imputato. Infine, d’improvviso, la donna cresciuta in Italia scappa in Pakistan con i quattro figli, a cui il padre – che nel frattempo aveva chiesto la separazione – versa soldi dall’Italia. Gli assistenti sociali la cercano, ma il telefono è muto. È il marito che fa ascoltare loro un messaggio vocale della donna che dice: «Sono andata via perché non mi trovato bene in Italia». Poi più nulla. —
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