Gli Arabia difendono il carabiniere «Solo un’amicizia di lunga data»
Ieri l’interrogatorio di garanzia dei due fratelli che negano tutto. L’appuntato sarà sentito lunedì
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. Un lungo monologo, una difesa accorata del carabiniere presunto corrotto (presentato come un amico disinteressato) nel tentativo di demolire l’ex socia testimone chiave. Si è tradotto così l’interrogatorio di garanzia dei fratelli Nicola e Giuseppe Arabia, rispettivamente 36 anni e 32 anni, coinvolti nell’indagine-scandalo per un finto furto finalizzato a frodare l’assicurazione di 30mila euro che vede un carabiniere di 53 anni in servizio in una stazione della val d’Enza accusato di corruzione.
L’indagine è partita nel febbraio scorso, quando una ex socia dei fratelli Arabia estromessa dall’azienda di noleggio mezzi si è rivolta ai carabinieri, riferendo della singolare familiarità con l’appuntato e annunciando l’intenzione del trio - i fratelli e il loro prestanome campano di 59 anni - di simulare un colpo nella ditta con la complicità del carabiniere; quest’ultimo si sarebbe “messo a disposizione” falsificando il verbale in cambio di favori protratti nel tempo (mezzi presi a noleggio a scrocco) e di una mazzetta di 500 euro.
In seguito alla soffiata i carabinieri del Nucleo Investigativo di Reggio Emilia hanno intercettato i protagonisti, perfino installando una cimice sull’auto di servizio: così, dopo la denuncia del furto sporta dal prestanome il 21 marzo scorso, i colleghi hanno incastrato l’infedele.
I fratelli Arabia, l’appuntato e il prestanome sono tutti accusati dei reati di concorso in simulazione di reato e corruzione: i primi due (in virtù dei precedenti di polizia e della pericolosità sociale dettata dai legami familiari e dalle frequentazioni in odore di ‘ndrangheta) sono stati arrestati, il prestanome è libero mentre il carabiniere è stato sospeso per un anno.
Ieri, in tribunale, si è svolto l’interrogatorio di garanzia a carico degli arrestati, videcollegati dal carcere: Nicola da Crotone, dove è stato raggiunto in ferie, e Giuseppe dalla Pulce di Reggio.
Una udienza fiume, dalle 13 alle 15, nella quale i fratelli hanno rilasciato dichiarazioni spontanee. Stringate quelle di Giuseppe, che si è limitato a sottolineare di non aver più avuto rapporti con l’ex socia dal 2018, quando la donna sarebbe stata allontanata dalla società. Il maggiore ha parlato per oltre un’ora, dipingendo l’ex socia come una persona mossa da rancore sentimentale ed economico: il rapporto lavorativo sarebbe degenerato in una attrazione della donna nei suoi confronti e quando lui l’ha rifiutata e allontanata sarebbero iniziati i problemi.
Nicola Arabia ha negato con forza l’intera ricostruzione della Procura, sconfessando sia la maxifrode sia la corruzione: a suo dire con l’appuntato c’era solo un’amicizia di lunga data. Nicola avrebbe pure un alibi: ha dichiarato che al momento del furto si trovava fuori provincia in trasferta per lavoro, invitando gli inquirenti a verificare.
L’avvocato difensore degli Arabia, Davide Martinelli, ha proposto l’allentamento della misura in domiciliari, per Nicola nella seconda abitazione di Steccato di Cutro. Il pm Iacopo Berardi ha chiesto la conferma della custodia cautelare, l’unica misura in grado di evitare l’inquinamento probatorio e di garantire l’incolumità della testimone, che ha molta paura.
Il Gip Luca Ramponi si è riservato: la decisione arriverà forse lunedì, quando è previsto l’interrogatorio di garanzia dell’appuntato. Il 53enne da parte sua, difeso dal legale Claudio Vincetti, è accusato pure di falsità ideologia in atti pubblici per aver falsificato la compilazione di attività di servizio, insieme ad altri due carabinieri - uno di 39 anni trasferito in altra provincia e uno di 41 anni sospeso per nove mesi e difeso dall’avvocato Nicola Tria - con i quali era in pattuglia insieme ma risultati estranei al filone principale dell’inchiesta. —
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