«Il rischio zero non esiste più sì al patto sul danno minimo»
L’Autorità di bacino ribadisce la necessità di costruire un invaso sull’Enza È urgente individuare aree precise nelle quali far tracimare l’acqua in eccesso
Montecchio. Secondo appuntamento dell’anno per il “Contratto di fiume Enza” che, a seguito degli studi coordinati dall’Autorità distrettuale del Po-Ministero transizione ecologica e realizzati in collaborazione con la Regione Emilia-Romagna e alcuni atenei, è stato presentato al comprensorio reggiano e parmense. L’illustrazione è avvenuta venerdì al castello di Montechiarugolo (Parma) davanti a sindaci e amministratori locali, ai Consorzi di bonifica, al Wwf e alle associazioni, che hanno fornito osservazioni e proposte dal territorio. Durante il meeting – cui hanno preso parte il sindaco di Vetto Fabio Ruffini e i rappresentanti dei Comuni di Brescello, Canossa e Montecchio – il segretario generale dell’Autorità distrettuale del Po, Meuccio Berselli, ha posto l’accento su alcune priorità: per quanto riguarda il comprensorio reggiano e in particolare l’area attraversata dal torrente Enza e più in generale tutti gli affluenti appenninici emiliani, va considerato il cambiamento di clima degli ultimi anni e le più immediate e visibili ripercussioni sulle zone circostanti; i torrenti infatti non sono sempre uguali a loro stessi, e proprio nell’ultimo periodo storico hanno mutato notevolmente il loro regime. A monte, ad esempio, l’alveo è stato eroso ed è diventato di fatto un solo ramo in cui si concentra tutto il flusso delle acque: questo rende la discesa a valle delle portate molto più rapida e violenta nei suoi possibili effetti. In più, le golene sono ormai più alte del piano-campagna e quindi occorre togliere una quantità superiore di materiali per dare più spazio al fiume. Vanno quanto prima individuate aree precise dove far tracimare l’acqua in eccesso quando è assolutamente necessario, in modo programmato e controllato, meno impattante di quanto accada ora in emergenza, fase spesso distruttiva. In questo modo l’acqua che non viene contenuta nell’argine defluisce in zone in cui non possa creare danni come a Lentigione. «Il Contratto di fiume – ha evidenziato Berselli – vuole comprendere un’intesa salda che salvaguardi però tutti i Comuni, e il bene comune che è il torrente. In questo serve rinnovata collaborazione proprio tra enti locali e comunità: va condiviso un percorso comune in termini di proposte, ma obbligato nelle finalità, per raggiungere quota “danno minimo”. Il rischio zero oggi non esiste più in territori come i nostri, molto antropizzati e cementificati all’eccesso nelle ultime decadi».
Altro approfondimento ha riguardato la possibilità di colmare, a livello infrastrutturale, il gap che oggi penalizza pesantemente il fabbisogno di coloro che hanno necessità di irrigare le colture di eccellenza del comprensorio considerato, ma al contempo anche del contestuale bisogno di flusso di acqua costante nell’alveo del torrente per il mantenimento della qualità ambientale, dell’habitat e della biodiversità. «Per poter raggiungere questo traguardo bivalente – ha concluso Berselli – servono più attività contemporanee e non differite: la riduzione delle perdite di rete, la massima ottimizzazione ed efficienza della periodica irrigazione, la realizzazione di traverse in alveo e di un invaso in grado di equilibrare definitivamente il deficit che, in caso contrario, resterebbe penalizzante».
Oggi intanto al ristorante La Mandriola di Ramiseto è in programma un incontro tra agricoltori e imprenditori dell’alta e media Val d’Enza, reggiani e parmensi, per un «gemellaggio delle forze che chiedono la ripresa dei lavori della diga di Vetto». —
Andrea Vaccari
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