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il professionista 

«È un corto circuito Aemilia non c’entra»

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REGGIOLO. «Al di là dell’incendio della mia auto, la cosa che mi ha fatto più male e arrabbiare è il riferimento a fatti storici collegati al maxiprocesso Aemilia. Io svolgo la mia professione in modo molto tranquillo e deontologicamente preparato. Mi sento assolutamente e categoricamente di escludere qualsiasi episodio di natura criminale collegato alla mia attività professionale. Non ho nemici». Così ha esordito Pasquale Muto, intervistato ieri pomeriggio nel suo studio legale, fondato nel 2010 e dove lavora anche il fratello Salvatore, commercialista.

«Sono convinto, e l’ho detto anche al comandante dei carabinieri di Reggiolo – aggiunge il legale – che si sia trattato di un fatto accidentale, forse un corto circuito. Il luogo dove è bruciata l’auto è talmente compromesso al punto che non si può dire con certezza che sia stato doloso. Giusto comunque che gli inquirenti svolgano le loro indagini e facciano tutte le ipotesi possibili. Tuttavia collegare il presunto dolo ad una “parte” della mia attività professionale, mettendo in mezzo anche il cognome di Iaquinta, mi sembra eticamente scorretto anche perché io difendo molte altre persone. Quindi non vedo il motivo di collegare l’incendio dell’auto con il processo Aemilia. Io e mio fratello svolgiamo la nostra professione a Reggiolo e penso che “certe notizie” vadano anche misurate per non creare falsi pregiudizi». L’avvocato Muto ha trovato anche una spiegazione sulle cause del rogo dell’auto: «Ho letto che il rischio d’incendio sarebbe collegato ad infiltrazioni di umidità nei cablaggi elettrici. L’umidità infatti potrebbe mandare in corto circuito i cablaggi innescando l’incendio».

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