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I ristoratori puntano sulle distese esterne Ma qualche cliente ha preferito disdire

L. G.
I ristoratori puntano sulle distese esterne Ma qualche cliente ha preferito disdire

Al momento la certificazione obbligatoria non spaventa i titolari Poche ma veementi le proteste: «C’è chi ci dà dei servi del sistema» 

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C’è chi per adesso utilizzerà solo le distese esterne, chi punta al dialogo con i clienti più dubbiosi, chi utilizza le prenotazioni telefoniche come “filtro” e chi invece ha dovuto affrontare complottisti e no-vax. Anche il mondo della ristorazione reggiana da ieri si è trovato a dover gestire l’obbligatorietà della certificazione verde per poter pranzare e cenare all’interno dei locali.

Lo ha fatto ad esempio Riccardo Bertocchi, uno dei soci dell’Osteria dell’aviatore, in via dell’Aeronautica, e uno dei promotori dell’associazione che raggruppa oltre una cinquantina di ristoranti reggiani. «Per adesso stiamo basando tutto sulle chiamate dei clienti – spiega –. Nel momento in cui avviene la prenotazione cerchiamo di capire quanti hanno il Green pass e, se vediamo che c’è un po’ di reticenza nel rispondere, spieghiamo gentilmente le regole e ricordiamo che non possiamo fare altrimenti. Dobbiamo adeguarci e, se non si possiede la certificazione, si deve mangiare per forza all’esterno».

Per quanto riguarda il controllo vero e proprio «abbiamo pensato a un modo per evitare di dover dedicare un dipendente al “check in” all’ingresso. Una volta che i clienti si sono seduti dentro il locale verrà effettuato da me il giro di controllo: mentre lascio i menù chiedo anche il Green pass e necessariamente anche un documento d’identità, altrimenti mi può esser mostrato anche un certificato della nonna».

Qualche cliente, però, ha protestato: «Già ho avuto qualcuno che ci ha accusati di essere schiavi del sistema – prosegue il ristoratore – e ha detto che non verrà più da noi. Ma non può essere questo il ragionamento, io sto solo cercando di lavorare. Fa sempre male perdere un cliente ma io non so cosa farci, se fosse una scelta nostra capirei ma dobbiamo sottostare alla legge, altrimenti ognuno fa quello che vuole e siamo nell’anarchia. Dobbiamo sottostare a una norma che tra l’altro porta benefici a tutti. Ci sono persone che non lo capiscono ma noi dobbiamo essere il più rigorosi possibile, non possiamo rischiare come locale nel momento in cui già lavoriamo poco essendo fuori dal centro».

Per il controllo delle certificazioni verdi Bertocchi utilizza l’applicazione consigliata dal Governo, “VerificaC19”. «Per tutelare al massimo la privacy e la tutela dei dati sensibili non l’abbiamo scaricata sui telefonini dei dipendenti né sui nostri ma utilizziamo unicamente il cellulare del locale. Certo è che ci troviamo come a maggio, a dover sperare nel bel tempo per sfruttare i tavoli all’esterno, ma l’obiettivo è senza dubbio quello di vaccinare tutta la popolazione. Spero che diventino sempre meno i cittadini non vaccinati per loro volontà e credo che i no-vax non siano così tanti da mandare in difficoltà un ristorante o un locale. I boicottaggi fanno sempre paura».

Chi si è attrezzato è anche Gianni Brancatelli titolare del ristorante “Cacio e pepe” in via del Carbone. Ma, precisa, «al 99 per cento utilizziamo ancora le distese esterne. La risposta dei reggiani mi sembra però fin qui ottima, soprattutto da parte dei giovani: chi al momento della prenotazione non aveva il Green pass o è in attesa del vaccino o comunque si è detto motivato a prenotarlo». Qualche critica, invece, sulle modalità con cui è entrato in vigore l’obbligo: «Personalmente sono sempre stato favorevole a uno strumento di controllo all’interno dei locali ma doveva essere più razionale, garantire la possibilità di lavorare in modo normale. È stata fatta una normativa un po’ affrettata per paura di scontentare una parte dell’elettorato, hanno dato dei contentini randomizzati. Uno fra tutti il non prevedere l’obbligo per il personale di avere il Green pass: se accedo a un locale con la garanzia che tutti gli altri clienti abbiano la certificazione, non vedo perché questo obbligo non debba valere anche per i dipendenti. Senza parlare dei ristoranti degli alberghi, che possono continuare a ospitare all’interno senza richiedere nessun documento. Siamo a conoscenza di diversi colleghi, fra molte virgolette, che fanno mangiare anche chi non pernotta effettivamente in hotel».

Ferrea invece la gestione della privacy: «Farò firmare una liberatoria ai miei dipendenti in quanto entriamo a contatto con dati sensibili. E abbiamo deciso di considerare valido anche il certificato di vaccinazione: si deve pensare alla clientela poco smart e così faremo fino a che non saremo smentiti».

Chi per adesso si tiene alla larga dal problema, infine, è Federico Riccò della “Bottega 39”, in piazza XXIV Maggio: «Per adesso abbiamo deciso di far accomodare i clienti solamente nella distesa esterna, poi in autunno seguiremo le linee guida del Governo. Se dovesse venire a piovere o dovesse fare troppo calco, ovviamente controlleremo i Green pass. Certo la questione del dover richiedere anche un documento d’identità ci mette in difficoltà. Lo faremo, anche se non è in linea con il nostro lavoro fare i poliziotti. Vorremmo far valere la buona fede».

L. G.

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