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Restyling della zona stazione 

«Un progetto ambizioso, ma il vero tema è come convincere la gente ad andarsene»

Ambra Prati
«Un progetto ambizioso, ma il vero tema è come convincere la gente ad andarsene»

L’architetto Giandebiaggi sul piano comunale: «Basta che un ingranaggio si inceppi ed è arduo arrivarci in fondo»

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. «Chapeau per il progetto: è coraggioso ed è tipico di Reggio Emilia anticipare i tempi. Ne seguirò con curiosità l’evoluzione, soprattutto per quanto riguarda il modello socio-economico È un piano molto ambizioso che sarà sicuramente curato in ogni suo aspetto, perché basta che un ingranaggio si inceppi e sarà arduo arrivarci in fondo». Paolo Giandebiaggi, architetto specializzato in rigenerazione architettonica e urbana e ordinario di Rilievo dell’Architettura della Città nel Dipartimento di Ingegneria e Architettura dell’Università di Parma, da esperto guarda con interesse al maxi progetto di riqualificazione della zona stazione, per la quale il Comune ha annunciato di aver ottenuto un finanziamento complessivo di 20,3 milioni dal ministero delle Infrastrutture su un costo totale di 74 milioni.

Com’è quindi questo progetto?

«Credo sia molto interessante e molto all’avanguardia. È quello che occorre fare nelle città: ovvero rigenerare le aeree abbandonate o degradate, anche socialmente. Rimettere al meglio le parti “peggiori” della città è il compito della rigenerazione. A mio avviso il progetto è sulla buona strada per due ragioni: prosegue il lavoro di recupero delle ex Reggiane in un’ottica multifunzionale, prevedendo l’insediamento di ulteriori spazi per l’Università; e grazie alla passerella ciclopedonale che scavalca la ferrovia lega e connette con l’altra parte urbana. Il piano pratica il costruire sul costruito, non va a consumare suolo ma rigenera il tessuto urbano: perciò è buono. In più si fa architettura sostenibile con bassi consumi e involucri performanti, andando a sostituire un patrimonio energivoro; il 20% delle nostre periferie è stato costruito negli anni Cinquanta e Sessanta del dopoguerra, con caratteristiche edilizie agghiaccianti. Questi sono i punti di forza del progetto architettonico. Io sono sempre per il riuso, il recycling applicato alla città, ma è vero che talvolta ci sono edifici non riutilizzabili».

Come via Paradisi, dove le palazzine saranno abbattute e ricostruite ex novo e 390 persone dovranno spostarsi?

«Ci sono casi in cui si è obbligati a demolire. Tenga presente che oggi esiste la ristrutturazione edilizia sostitutiva, che è quasi un ossimoro: cioè si prende un edificio con gli stessi volumi ma nuovo. Questo pone altri problemi: si tratta di convincere le persone ad andarsene. E questo in Italia è “il tema”. Non so quali strumenti legali abbiano immaginato. Noi come Dipartimento abbiamo fatto una ricerca che verrà presentata nel 2022 con una proposta normativa sulla rigenerazione urbana chiamata “condivisa e partecipata” perché servono strumenti di partecipazione allettanti; ad esempio noi proponiamo dei consorzi con delle quote. Per intervenire sui patrimoni privati occorre un mix di architettura, urbanistica e giurisprudenza. Questo è il motivo per il quale in Italia questo tipo di interventi non si fanno, al contrario dei nostri vicini europei che hanno una tradizione in tal senso, come La Villette a Parigi».

In Italia siamo al palo?

«Sì, in Italia i rari interventi simili sono stati realizzati su un’unica proprietà. Sul nostro territorio prevalgono proprietà frammentate e diffuse e la proprietà privata è sempre tutelata. Non è il Risico o il Monopoli: in mezzo ci sono le persone, con le loro relazioni sociali e le loro aspettative. E da architetto l’aspetto più importante è proprio quello delle persone. “Viviamo in una società complessa”, per citare Edgar Morin, e le risposte non possono che essere complesse. I proprietari di via Paradisi sono tutti convinti di aderire? Se ci riescono sono bravissimi, quarant’anni di lavoro alle spalle mi fanno sorgere qualche dubbio. Perciò il nostro paese deve dotarsi di norme nazionali di riferimento uniformi, poiché finora le armi sono poche e spuntate. C’è poi un altro aspetto. I fondi ministeriali hanno delle scadenze: quei milioni devono essere spesi entro una tale data, pena la decadenza. La tempistica non è un fattore secondario».

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