Milioni di metri cubi di terra e quattro anni di cantiere
I dati contenuti nella prima parte della Via rendono l’idea della portata dell’opera Solo un quarto del materiale per il fondo può essere ricavato dagli scavi in loco
REGGIOLO. Serviranno qualcosa come 18 milioni di metri cubi di materiale inerte, tra terreno di scavo e vegetale, per costruire il fondo della Cispadana Autostradale, solo un quarto dei quali possono essere ricavati dagli scavi da effettuare lungo il percorso. Il resto, oltre 14 milioni di metri cubi, andrà portato sui cantieri. Già questo primo conteggio dà l’idea della movimentazione che attiverà questo enorme cantiere, una volta ottenuto il via libera.
Il primo passo è appunto l’identificazione, la caratterizzazione e i piani di accumulo e utilizzo del materiale di stabilizzato, primo elemento depositato della Valutazione d’impatto ambientale dell’opera.
il progetto
L’avvio della procedura risale al marzo scorso ma gli ultimi documenti sono stati depositati sul sito del ministero il 27 luglio. Il frontespizio è però indicativo: si parla di “Progetto definitivo dell’Autostrada regionale Cispadana comprensivo degli interventi locali di collegamento viario al sistema autostradale”. Nello specifico si tratta del Piano di gestione operativa delle terre e rocce da scavo, firmato dal progettista Gianfranco Marchi, dal responsabile integrazione prestazioni specialistiche Antonio Anania e dal concessionario, cioè Graziano Pattuzzi, presidente di Autostrada regionale Cispadana.
Il primo dato che colpisce è la durata del piano di utilizzo delle terre: 44 mesi a far data dall’inizio dei lavori, che è ancora un’incognita. Si parla quindi di un cantiere di quasi quattro anni. Per poter movimentare una grande quantità di materiale bisogna anzitutto “etichettarlo”, assicurandosi che in loco non vi siano presenze d’inquinanti tali da trasformare i terreni scavati in rifiuti da trattare a parte. Poi è appunto necessario indicare le modalità di utilizzo e trasporto del materiale. Si tratta di passaggi che sono propedeutici alla «approvazione del progetto definitivo». Il progetto esecutivo, che determina il cronoprogramma, si farà sulla base delle caratterizzazioni, cioè della “marchiatura” ambientale dei terreni di scavo.
i contenuti
Nelle cento pagine del piano è compreso uno studio geologico e idrogeologico, con l’area che presenta terreni argillosi nella parte ferrarese del tracciato, e più sabbiosi nel Modenese, con presenze di metalli pesanti inferiori ai limiti di contaminazione. Vengono poi mappati i siti potenzialmente contaminati presenti sul tracciato: ve ne sono otto, cinque in territorio modenese (Polmac e Bellco Mirandola, due capannoni a Finale Emilia e Cpl Concordia) e tre nel Ferrarese (Fer1 ex betonaggio e deposito carburanti Oil di Ferrara, 3DM Ecologica a Poggio Renatico), che però non dovrebbero poter inquinare i terreni utilizzabili in cantiere.
Sono previsti tre diversi tipi di scavi: di scotico a 20 centimetri, con più passaggi di lame; di sbancamento e per fondazioni dirette, più profondi con escavatori meccanici; e scavi di fondazioni profonde e consolidamenti. Per tutti ci sono metodologie specifiche nella ricerca d’inquinanti, con «almeno un punto d’indagine ogni 500 metri di tracciato», in certi casi profondi oltre due metri. Andranno indagate anche le acque di falda. Sono previste indagini anche in corso d’opera, con i terreni accumulati in piazzole temporanee, in quantità comprese tra 3mila e 5mila metri cubi.
Una curiosità: si parla anche di costruzione di «gallerie artificiali». Si prevede un impiego massiccio di calce viva per stabilizzare i terreni, con lavorazioni a distanze inferiori a 100 metri da case.
Stefano Ciervo
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