Reggio, Sant’Anna e quel legame che unisce i paesini violati dai nazisti
Oggi la commemorazione del paesino in provincia di Lucca dove, come a Cervarolo, vennero massacrati 560 innocenti
Adriano Arati
REGGIO EMILIA. Un legame forte, intenso, rafforzato dal dolore, dalla vergogna di cinquant’anni di colpevole omertà e dalla voglia di ottenere, in un modo o nell’altro, un minimo di giustizia per migliaia di persone. È un filo che diventa difficile non definire intriso di sangue quello che lega Sant’Anna di Stazzema a Cervarolo, a Monchio, a Santa Giulia, a Marzabotto, a tanti luoghi della montagna reggiana ed emiliana, a tanti paesini sperduti negli Appennini di mezza Italia teatro di stragi.
Operazioni condotte dalle truppe naziste che dal settembre 1943 occupavano in Italia, quasi sempre – e andrebbe ricordato più spesso – favorite dalla collaborazione di fascisti italiani; furono loro a indicare i borghi e le persone, a dare informazioni e dettagli per le spietate azioni delle compagnie tedesche.
Due aspetti legano Sant’Anna di Stazzema, dove oggi viene commemorato il 77esimo anniversario della strage del 12 agosto 1944, a Cervarolo di Villa Minozzo, a Monte Sole a Marzabotto, a Santa Giulia di Monchio, nel Modenese.
Il primo è la portata dei massacri, che condussero alla morte anziani, donne, bambini, che erano rimasti nei paesini da cui erano scappati giovani e adulti, partiti per la Resistenza, fuggiti alla leva coatta o ancora arruolati in uno dei fronti di quell’Italia spaccata in due, sia territorialmente sia moralmente, fra il Sud libero e il Nord occupato, fra chi aveva deciso di rimanere dalla parte di Mussolini e di chi aveva fatto la scelta opposta.
Il secondo aspetto è una macchia della storia d’Italia, il silenzio colpevole e voluto, steso per mezzo secolo su quegli eccidi. Sant’Anna come Cervarolo è uno degli eventi contenuti nel cosiddetto armadio della vergogna, il contenitore con le ante rivolte verso il muro, scoperto solo nel 1994 dal procuratore militare Antonino Intelisano, impegnato nel processo contro Erich Priebke per le Fosse Ardeatine. In uno stanzino della cancelleria della procura militare a Roma, a Palazzo Cesi-Gaddi, trovò questo armadio, che custodiva documenti archiviati “in via provvisoria” decenni prima. All’interno, documenti di indagine dettagliati, corredati spesso da testimonianze dirette dei superstiti, curati dal Soe (Special Operations Executive) britannico e bollati come “Atrocities in Italy”.
Per mezzo secolo, queste prove concrete sono rimaste occultate all’interno della logica della guerra fredda. La Germania Ovest era una colonna della Nato anti-comunista, simili processi in Italia avrebbero aperto il vaso sui massacri compiuti dagli italiani in Grecia, Jugoslavia, Africa ed Etiopia e ricordato la collaborazione di tanti ex nazisti con i servizi segreti di mezzo mondo.
Da allora, grazie all’impegno di alcuni coraggiosi procuratori militari e delle comunità coinvolte, molte verità sono state riconosciute, anche se quasi nessuno degli autori e degli Stati coinvolti ha pagato.
A Sant’Anna come a Cervarolo e nei paesi modenesi coinvolti nella vasta operazione che provocò quasi duecento vittime. Nel borgo reggiano morirono 24 persone, i loro parenti hanno lottato sino a oggi e si sono trovati spesso a fianco degli abitanti di Sant’Anna e di tutte le Sant’Anna della seconda guerra mondiale. Anche nella contemporaneità, il dialogo è forte. Il Comune lucchese di Stazzema è il primo promotore dell’anagrafe nazionale antifascista, alla campagna ha spesso partecipato anche Reggio Emilia, o attraverso documenti diretti del consiglio comunale o con raccolte firme portate avanti da diverse sigle, da Anpi a Cgil. E in questi anni, tante scuole reggiane hanno visitato il memoriale di Sant’Anna, in esperienze organizzate dall’istituto storico Istoreco in collaborazione con diversi istituti di città e provincia.
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