«Reggio è pronta ad accogliere le persone in fuga dall’Afghanistan»
Il sindaco Vecchi preoccupato per le sorti di donne e bimbi «Il mondo occidentale deve assicurare i diritti umani a tutti»
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. «Giusto il ritiro dall’Afghanistan, sbagliati i tempi e i modi. Questa vicenda fa riflettere sul fallimento dell’idea di esportare la democrazia con le armi».
Questa la valutazione politica del crollo di Kabul da parte del sindaco di Reggio Luca Vecchi che, in quanto detentore della delega al Welfare, è stato coinvolto nella stesura della lettera aperta inviata ieri dall’Anci (l’Associazione nazionale Comuni italiani) per manifestare ufficialmente la disponibilità offerta dagli enti locali al Governo al fine di collaborare all’accoglienza.
«Se sarà necessario Reggio, coerentemente con la sua storia e la sensibilità in materia di diritti umani nel mondo, farà la sua parte. Ma attenzione: non li prendiamo tutti noi, facciamo la nostra parte insieme ad altri».
La caduta di Kabul è stata paragonata a quella di Saigon nel 1975. Cosa ne pensa di questo paragone?
«Non credo che il tema sia fare paragoni, serve una riflessione sulle peculiarità dell’Afghanistan. Una guerra iniziata vent’anni fa, in seguito all’attacco alle torri gemelle dell’11 settembre, che ha visto cadere 2.500 soldati americani e un numero imprecisato di civili. Le modalità con le quali si è concretizzata la ritirata Usa e la rapida presa di Kabul da parte dei talebani sono la rappresentazione inequivocabile di un fallimento, anche se credo che questo fallimento non sia da imputare a Joe Biden e alle ultime settimane ma piuttosto occorre rileggere gli anni dell’unilateralismo americano fondato su un presupposto: fondare una democrazia mediante l’uso delle armi. La storia ci dice che, in particolare quei Paesi che hanno culture millenarie distanti anni luce dall’idea democratica, non possono cambiare con la forza. Tutti coloro che sono stati in Afghanistan in questi anni hanno registrato progressi nella società civile, ma è evidente che non è nato un nuovo Paese: è bastato il ritiro per capovolgere la situazione e, in poche ore, tornare allo stesso punto di due decenni fa. Il risultato è stato disastroso e questo impone una riflessione molto seria su come la politica estera gestisce i conflitti nel mondo. C’è da augurarsi che questa vicenda aiuti a pensare alla pace e al dialogo tra i popoli senza far ricorso alla guerra».
Cosa ne pensa del discorso di Biden?
«Credo che il ritiro fosse auspicabile: il ritiro significa la fine delle attività belliche. Non è una questione di parte politica; durante la guerra afghana si sono succeduti quattro presidenti Usa e del resto già due anni fa Trump si era accordato con i talebani per lasciare il territorio. Biden ha detto chiaramente che aveva due possibilità: o mandare più soldati o tornare a casa. Lui, anche quando era vice di Obama, ha sempre dichiarato che dall’Afghanistan bisognava tornare a casa. Ha avuto il coraggio di dire che quella guerra è durata troppo. Il punto critico è che non è stata gestita la transizione. La débacle americana non sta nella scelta di andarsene, è la modalità a sorprendere: si è disfatto tutto quello che apparentemente avevano costruito. Questo esito rappresenta un contraccolpo per la credibilità delle istituzioni internazionali: l’idea americana della guerra preventiva per sconfiggere il terrorismo ed esportare la democrazia è stata fallimentare. Noi non siamo mai stati d’accordo con questa presunzione di esportare facilmente la democrazia. Reggio e le sue istituzioni non hanno mai creduto nella guerra per risolvere i conflitti. Quando iniziò il conflitto in Iraq e in Afghanistan è stata esposta la bandiera della pace fuori dal municipio: quella bandiera è ancora lì e penso ci faccia onore».
Qual è l’urgenza?
«Ora resta una forte preoccupazione per la popolazione, in particolare donne e bambini, che si trovano in balia di uno stato fondamentalista. Preoccupazione che deve riguardare tutto il mondo occidentale. Le grandi istituzioni globali devono trovare il modo di assicurare la tutela di quei diritti umani che il popolo afghano reclama idealmente».
La lettera dell’Anci va nella direzione dell’accoglienza?
«L’Anci ha espresso una posizione unitaria: se si prospetterà l’esigenza di accogliere persone in fuga dall’Afghanistan, nei modi e nelle forme che verranno stabiliti a livello mondiale, i Comuni italiani si dicono disponibili e pronti. Il tema dell’accoglienza è molto caldo, ma va sottolineato che al momento è un’incognita: nemmeno il ministero sa se e quando ci saranno corridoi umanitari. Reggio vanta una storia a lungo praticata, fin dal dopoguerra, sul fronte dell’impegno sui diritti umani; dall’Africa alle tante battaglie per i diritti civili è nota la nostra radice valoriale. Se l’Italia si impegnerà nell’accoglienza noi siamo pronti, sotto l’egida delle istituzioni internazionali e del Governo, Reggio farà la sua parte: è nelle nostre corde e credo che non abbia colore politico».
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