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«Sono ore terribili, ma la mia famiglia è riuscita a fuggire dall’Afghanistan»

Tiziano Soresina
«Sono ore terribili, ma la mia famiglia è riuscita a fuggire dall’Afghanistan»

Parla un rifugiato 30enne che vive da sei anni a Reggio: «I miei sono ora in Pakistan, spero mi raggiungano in Italia»

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Tiziano Soresina

reggio emilia. L’angoscia l’assale mentre guarda in tv e sul suo cellulare le terribili immagini che giungono dall’Afghanistan tornato con la forza nelle mani dei talebani.

Per motivi di sicurezza non daremo elementi che possano far identificare l’afghano trentenne che da sei anni vive nella nostra città: è fuggito dal suo Paese perché si sentiva in pericolo e gli è stato riconosciuta la “protezione sussidiaria”, cioè la forma di protezione internazionale, simile allo status di rifugiato, che viene riconosciuta dalla Commissione territoriale competente allo straniero che ha presentato domanda di protezione internazionale, se è in possesso dei requisiti per ottenerla.

Teme per la vita in patria di tanti amici ed amiche, mentre lo rincuora – visto quello che sta accadendo in Afghanistan – il fatto che la sua famiglia ha trovato rifugio in Pakistan una settimana fa.

«Avevamo il sentore che potesse succedere qualcosa – spiega alla Gazzetta, con un buon italiano, indice di un inserimento efficace a Reggio Emilia – ma certamente mai avremmo pensato che la situazione potesse degenerare così in fretta. Comunque sia, la mia famiglia, in aereo, è riuscita mercoledì scorso a raggiungere il Pakistan. Li ho sentiti due giorni fa, stanno bene. Una vera fortuna, perché da quello che si sa ora l’aeroporto di Kabul è bloccato nonostante sia pieno di gente e solo i pakistani possono lasciare l’Afghanistan. Il nostro obiettivo è il ricongiungimento familiare in Italia – aggiunge il 30enne – ma l’ambasciata italiana di Kabul è chiusa (i diplomatici hanno lasciato la terra afghana, ndr) e parlare di futuro in questo momento è davvero impossibile. Vedremo cosa deciderà il governo italiano».

Il giovane afghano sei anni fa ha lasciato l’abitazione di famiglia nel nord del Paese («Non mi sentivo tranquillo e ho pensato che in Europa la mia sarebbe stata ben diversa») ed è giunto in Italia dopo un rocambolesco viaggio (a piedi e in furgone, a seconda delle fasi) che l’ha visto attraversare Iran, Turchia, Bulgaria, Serbia, Ungheria.

«A Reggio Emilia mi trovo bene – prosegue – conosco diversi connazionali. Lavoro in agricoltura, raccolgo frutta e verdura. Ora spero di essere raggiunto dalla mia famiglia».

Gli chiediamo di quanto sta accadendo in questi giorni, di come interpreta fatti così devastanti, cosa prova vedendo l’assalto agli aerei per fuggire da Kabul, di come sia stato possibile che i talebani abbiano ripreso il potere: «Da qui non è facile capire – commenta con prudenza – anche perché mi informo di continuo guardando la televisione, leggendo sul giornale e sul cellulare, ma non sono in contatto diretto con nessuno in Afghanistan. Difficile dire perché si sia arrivati a questo punto, di sicuro mi ha sorpreso che tutto ciò sia avvenuto in così poco tempo. Fra qualche mese sapremo probabilmente come sono andate esattamente le cose. I talebani? Di loro non dice niente nessuno in patria – conclude amaramente – c’è troppa paura».

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