SANDRA CAMPANINI
Il 19 agosto è la Giornata mondiale umanitaria, un modo per pensare a tutti gli operatori che svolgono delle mansioni preziose in situazioni molto difficili. Una ricorrenza che cade proprio mentre il mondo sta assistendo con preoccupazione alle vicende dell’Afghanistan, che sollevano molti timori sul rischio di esodi massicci di profughi.
Molti reggiani hanno lavorato o lavorano all’estero nell’ambito della cooperazione internazionale. Tra loro c’è il 42enne Stefano Antichi, che attualmente è capo missione per la Ong italiana Intersos in Sud Sudan.
Antichi, ci parli di come è iniziata la sua carriera in questo delicato e importante settore.
«È iniziata nel nord della Namibia, più precisamente a Rundu, nella regione del Kavango, al confine con l’Angola nel 2009. Il progetto era finanziato dall’Ambasciata dell’Ordine di Malta di Windhoek e consisteva nel supportare la comunità di Kehemu, una delle aree piu povere della Namibia, con progetti di formazione, assistenza, scuola e distribuzione di alimenti. Ho vissuto per tre anni in questa remota area della Namibia a contatto con le comunità».
Poi nel 2012 è entrato nel staff di Terre des Hommes, dove ha continuato a lavorare altri tre anni in Namibia, come capo missione. Poi nel 2016 è stato trasferito ad Erbil, nel Kurdistan Iracheno, territorio autonomo dell’Iraq. Qui il suo lavoro in che cosa consisteva?
«L’esperienza di Erbil in Iraq è stato il mio ingresso nel contesto umanitario di “emergenza”, dove a differenza dei contesti di “sviluppo” come la Namibia si interviene in situazioni di guerra e conflitti interni. In questi contesti è richiesta un’azione più immediata e si lavora in condizioni di instabilità. Tutto può accadere e la situazione sicurezza può cambiare nel giro di poche ore. In Iraq ho lavorato come capo progetto nei campi rifugiati per curdi siriani e nei campi sfollati che ospitavano persone fuggite dalle aree dell’Iraq controllate dall’Isis (Mosul e la piana di Ninive). Durante i miei due anni in questa regione, ho visto la caduta dell’Isis e la liberazione di Mosul. Eventi molto emozionanti che non dimenticherò. Mi ricordo ancora che ero stato a Qaraqosh – una delle città più importanti del cristianesimo iracheno – qualche settimana dopo la liberazione e mi aveva fatto effetto vedere la città completamente distrutta».
Nel 2018 entra nel team di Intersos e viene mandato ad Aden, in Yemen. Un paese martoriato da una guerra in corso ancora oggi. Dopo sei anni di guerra civile il Paese è allo stremo. La vita di milioni di persone è a rischio per fame, colera, mancanza di acqua e ora per il Covid. Qui di che cosa si occupava?
«Lo Yemen è un paese che amo e che avevo avuto la fortuna di visitare nel 2009 prima della guerra. I due anni passati in Yemen del sud, lavorando tra Aden, Mukalla e Lahj sono stati molto intensi. Ho lavorato con i rifugiati che dalla Somalia, Eritrea ed Etiopia arrivano in Yemen a causa della situazione instabile nei paesi di provenienza. Alcuni cercavano rifugio in Yemen, altri usavano lo Yemen come passaggio verso l’Arabia e poi l’Europa. Ad Aden avevamo casa e ufficio nello stesso edificio blindato e le uscite erano rarissime per via della situazione della sicurezza e della forte instabilità causata dal conflitto».
Poi dal 2020 ricopre il ruolo di capo Missione in Sud Sudan, sempre con Intersos, dove attualmente si trova. Il Sud Sudan è il paese più giovane del mondo, nato il 9 luglio 2011, dalla secessione dal Sudan, dopo cinquant’anni di conflitto. Ci parli di quello che ha trovato in questo Paese.
«Il Sud Sudan è uno dei paesi più poveri al mondo, dove almeno il 60% della popolazione non ha regolare accesso a cibo e acqua potabile. Dal 2020 è stata dichiarata la carestia, dopo il periodo del Covid e delle alluvioni eccezionali che hanno causato l’isolamento di diverse aree del paese, lasciando la popolazione senza i bisogni primari. Intersos ha lavorato duramente in alcune di queste aree supportando la gente con distribuzioni di cibo e materiale di sopravvivenza. Inoltre, il Sud Sudan sta vivendo una situazione di forte instabilità sociale e politica con continui combattimenti tra i diversi gruppi che causano spesso la morte di civili e frequenti attacchi al personale umanitario. Da gennaio a maggio sono state uccisi 10 operatori umanitari».
Ci può raccontare come si svolge una giornata tipo?
«La mia giornata tipo è molto varia, ed essendo il capo missione ho molte responsabilità: coordinare il team, tenere monitorata la sicurezza nel paese per approvare oppure no gli spostamenti nelle diverse aree, scrivere nuovi interventi... Quando posso vado sul campo nelle diverse località a monitorare le nostre basi a parlare con il team e discutere con le autorità locali per assicurare l’accessibilità dei nostri operatori nelle aree più remote e magari meno sicure».
Oggi viene celebrata la giornata mondiale dell’aiuto umanitario. Oggi come non mai ricordiamo la recente morte di Gino Strada che ha votato tutta la sua vita ad aiutare i popoli martoriati. In questa giornata viene ribadita l’importanza che voi cooperanti rivestite in queste terre di frontiere, terre distrutte da guerre, carestie e calamità naturali. Chi sono i suoi collaboratori?
«In Sud Sudan lavoriamo con le comunità locali e con altre Ong locali. Lo staff di Intersos è presente giornalmente sul campo sia a Juba, la capitale, sia nelle aree del paese dove operiamo. In Sud Sudan per la quasi mancanza di strade e via di comunicazione ci si sposta in elicottero o con piccoli aerei, naturalmente quando le piste non sono allagate. Abbiamo staff internazionale ma la maggior parte sono sud sudanesi. I nostri donatori sono le Nazioni Unite in generale. Siamo partner di Unhcr, con la quale supportiamo i rifugiati, le persone che rientrano in Sud Sudan, dopo essere stati rifugiati nei paesi limitrofi. Intersos è una delle prime Ong italiane a lavorare in contesti di emergenze e conflitti e siamo sempre in prima linea. In Afghanistan continuiamo a mandare avanti i progetti umanitari anche in questi giorni. In Sud Sudan siamo presenti da 16 anni senza interruzione e non abbiamo lasciato il Paese nemmeno durante i momenti più bui della guerra civile».
Lei è anche un viaggiatore – è andato ovunque – quale parte del mondo deve ancora scoprire?
«Appena la pandemia si sarà placata ho in mente di fare un viaggio in Antartica partendo dall’Argentina in nave».
Lei è di Reggio e suoi genitori vivono qui. Appena gli impegni glielo permettono ritorna nella Città del Tricolore.
«Sono molto legato a Reggio ed è sempre un piacere tornarci e vedere parenti e amici. Alla fine si torna sempre nei luoghi del cuore. Non so cosa mi riserverà il futuro...».
Toccare da vicino tanta violenza e disperazione non rischia di avere un impatto pesante sul piano emotivo per voi operatori?
«L’importante è avere il giusto distacco da certi avvenimenti, che non significa necessariamente non essere coinvolti. Ma per essere efficienti in questo lavoro è necessario essere lucidi e oggettivi – anche se a volte è difficile – per essere in grado di analizzare la situazione ed agire di conseguenza. Una sera in Yemen, ad Aden non lontano dalla nostra residenza c’è stata un’esplosione per un attacco dell’esercito. Subito ci si spaventa, ma poi è necessario avere i nervi saldi per controllare la situazione e non esporsi maggiormente al rischio».
Se non avesse fatto questo lavoro che cosa avrebbe voluto fare? In passato ha lavorato nella redazione di un quotidiano locale.
«Sicuramente la comunicazione è l’altra mia passione».
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