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da novellara all’africa 

Il dottor Corradi per le ferie fa il volontario in Ghana

Alessandro Cagossi
Il dottor Corradi per le ferie fa il volontario in Ghana

La storia del dentista che da più di vent’anni porta le cure dove non ci sono  «La gente accorre da tutte le parti e fa chilometri a piedi per essere assistita»

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Alessandro Cagossi

NOVELLARA. Agosto, tempo di vacanze per molti. Anche per Guido Corradi, medico dentista di Novellara, che concepisce le ferie come missione “umanitaria”: da oltre vent’anni, infatti, va in Africa come volontario per effettuare cure odontoiatriche gratuite ai più bisognosi. Proprio in questi giorni, durante la chiusura del suo studio dentistico, si trova in Ghana, dove spesso si reca anche durante il periodo natalizio per aiutare la popolazione locale. Se ciò non bastasse, dal 2009 sta anche aiutando l’orfanotrofio “Providence home”, la casa della provvidenza.

Dottore, come le è venuta l’idea di andare a fare il volontario in Africa?

«L’idea è venuta a mia moglie Anna Lisa che una sera di febbraio del 1998, a cena, mi chiese: “Che ne dici se questa estate andassimo in Africa a fare i volontari?”. Superata la sorpresa iniziale, mi ricordai che un collega dentista di Milano, durante i convegni medici, proiettava spesso delle diapositive sul volontariato odontoiatrico. Mi resi conto che come medico di medicina generale con la specializzazione in odontoiatria, senza figli e genitori anziani da accudire, ero la persona ideale per fare il “volontario”».

Fu una decisione semplice quella di partire?

«No, servono motivazioni e ideali per spingerti a partire per un continente sconosciuto come l’Africa che incute un certo timore. Mi ero scritto alla facoltà di medicina in base all’ideale della “medicina come missione”; poi mia madre Ida, morta da poco, aveva dedicato gran parte della sua vita al servizio degli ultimi presso la Casa della carità di Fosdondo. Mi diceva sempre di fare del bene agli altri, perché “il bene che fai esce dalla porta, ma rientra dalla finestra”».

Quando partì?

«Nell’agosto del 1998 io e mia moglie siamo partiti per il Ghana, come volontari free-lance allo sbaraglio, senza nessuna organizzazione umanitaria alle spalle. La destinazione era stata scelta dall’amico di Milano: una missione cattolica Comboniana dove c’era assoluto bisogno di un dentista, il “Comboni Hospital” di Sogakope, un villaggio alle foci del fiume Volta, non lontano dalla frontiera col Togo».

Quali furono le sue impressioni?

«In Europa è normale andare dal dentista. In Africa e nei paesi del terzo mondo ci sono ancora zone vastissime che non ne hanno mai visto uno. Mi è capitato diverse volte di salvare la vita a persone con infezioni devastanti del cavo orale. Fare il dentista in Africa ti fa capire quanto l’odontoiatria sia un’importante branca della medicina. Ed è per questo che ho cercato di allestire, come volontario, in Africa e poi nell’India himalayana, diversi studi dentistici».

Quale fu la risposta dei ghanesi?

«La gente accorre da tutte le parti, partendo all’alba e percorrendo decine di chilometri a piedi, per ore ed ore, per arrivare in tempo. E aspettano pazientemente il loro turno, senza fretta, senza lamentarsi dell’attesa, spesso coricandosi a terra. Fuori, sotto il porticato, si formano lunghissime file di pazienti in attesa. Cerco di lavorare senza sosta dal mattino alla sera, incessantemente, spesso saltando il pranzo, per cercare di accontentare tutti».

Qualcuno l’ha aiutata?

«Grazie all’aiuto dei colleghi dell’Associazione nazionale dentisti italiani di Reggio Emilia, di cui ero presidente provinciale, abbiamo potenziato notevolmente l’ambulatorio odontoiatrico dell’ospedale, dotandolo di nuove attrezzature, aumentando il numero delle poltrone e soprattutto cercando di reclutare nuovi volontari per l’Africa fra i giovani colleghi reggiani».

Si è limitato a migliorare l’ambulatorio dentistico?

«No, a poco a poco, di anno in anno, ho iniziato ad allargare il mio cerchio d’azione anche nei dintorni dell’ospedale, incontrando ed aiutando economicamente diversi missionari italiani che operavano nella regione per realizzare pozzi, acquedotti, scuole, ospedali, centri di formazione professionale. Poi c’è stato l’incontro con Mami Helen dell’orfanotrofio “Providence Home”, sulla quale ho scritto un racconto».

Spesso si dice: «Aiutiamoli a casa loro». Lei ci è riuscito.

«Quante volte, tornato in Italia, nel corso di conferenze e serate organizzate per raccogliere fondi per la “mia missione africana” mi chiedevo: “È meglio aiutare Mamy Helen ad educare questi bambini, a farli studiare e quindi dargli un lavoro e un futuro nella terra dove sono nati, o piuttosto abbandonarli in strada con la prospettiva di arrivare a delinquere o essere preda dei raccoglitori di emigranti verso l’Europa, con il rischio di morire in mare o di diventare “merce umana” nel prosperoso mercato dei nuovi schiavi?”. Non ho mai avuto dubbi su quale fosse la risposta giusta».

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