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«Matteo Messina Denaro conosceva la trattativa di Bellini sulle opere d’arte»

E.Spa.
«Matteo Messina Denaro conosceva la trattativa di Bellini sulle opere d’arte»

La Primula Nera nelle motivazioni della sentenza all’ergastolo del superlatitante per le stragi di Capaci e via D’Amelio

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REGGIO EMILIA. «La tesi del contatto privilegiato tra Cosa Nostra e terminali delle Istituzioni statali è certamente avvalorata dal tentativo di interscambio di opere d’arte in cambio di un alleggerimento delle condizioni carcerarie fra Gioè e Bellini che, seppur non lo possiamo inquadrare nell’ambito della trattativa “madre” certamente ha rappresentato uno dei diversi piani in cui si è inverata l’interlocuzione tra le autorità pubbliche e la criminalità organizzata di matrice mafiosa, livello a cui partecipò Matteo Messina Denaro». È quanto si legge nelle motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Caltanissetta nei confronti del boss Matteo Messina Denaro, condannato all’ergastolo con l’accusa di essere tra i mandanti delle stragi di Capaci e via D’Amelio del 23 maggio e del 19 maggio 1992, costati la vita a Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e a uomini e donne delle scorte. La sentenza è stata emessa il 21 ottobre del 2020 dalla Corte presieduta dal giudice Roberta Serio. E nei giorni scorso sono state depositate le motivazioni, dove si parla anche della Primula Nera reggiana ed ex Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, attualmente imputato a Bologna nel processo mandanti sulla strage del 2 agosto 1980, dove è accusato dalla Procura Generale di essere stato il quinto uomo dell’attentato, colui che portò in stazione la bomba che provocò 85 morti e oltre 200 feriti. Nel processo su Matteo Messina Denaro – superlatitante indicato come il nuovo capo di Cosa Nostra dopo l’arresto dei boss corleonesi Riina e Provenzano e già condannato all’ergastolo anche per le stragi del 1993 a Firenze, Roma e Milano – Bellini ha testimoniato nel 2019. E nella requisitoria dell’accusa il suo nome era stato citato anche dal pm Gabriele Paci – adesso da pochi giorni alla guida della Procura di Trapani – proprio nell’ambito della cosiddetta seconda trattativa sulle opere d’arte, imbastita nel 1992 per il recupero di alcune preziose tele rubate dalla banda di Felice Maniero alla Pinacoteca di Modena in cambio di arresti domiciliari o detenzioni ospedaliere per cinque mafiosi, fra i quali Pippò Calò. Antonino “Nino” Gioè, boss di Altofonte fra i responsabili della strage di Capaci, aveva conosciuto Bellini nel 1981 nel carcere di Sciacca. E la Primula Nera, ancora con l’alias brasiliano di Roberto Da Silva, ottenne la sua fiducia dopo averlo battuto a una partita di ping pong, come lo stesso Bellini ha raccontato in occasione di processi in cui è stato testimone.

Gioè venne poi trovato suicida in carcere a Rebibbia in circostanze misteriose nel 1993, lasciando una lettera in cui anche c’è un riferimento alla Primula Nera, considerandolo un infiltrato. Le opere furono poi recuperate anche grazie all’intervento dello stesso Maniero, in due fasi, nel 1993 e nel 1995. Per la Corte di Caltanissetta, Matteo Messina Denaro era «pienamente a conoscenza – ma non poteva essere altrimenti sulla scorta del suo ruolo – della trattativa principale» tra lo Stato e la mafia. E, aggiungono i giudici, «la trattativa è in fondo la seconda faccia della medaglia della stagione stragista», con un riferimento agli episodi racchiusi nel processo sulla Trattativa tra i boss di Cosa Nostra e alcuni uomini delle istituzioni, per cui è stata emessa la sentenza di primo grado e si è in attesa del giudizio di Appello. Per la Corte, «fu proprio dalla primavera all’inizio dell’autunno del ’92 che si articolò un complesso – alla fine infruttuoso – negoziato fra Antonino Gioè, uomo d’onore della famiglia di Altofonte, e Paolo Bellini, ambiguo personaggio della storia italiana più oscura, per il recupero di opere d’arte trafugate ad enti pubblici in cambio di benefici penitenziari per alcuni sodali, contatti nell’ambito dei quali verrà paventata la possibilità di colpire i beni dello Stato quale nuovo modus operandi della conserteria mafiosa».

E.Spa.

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