«Pronta a perdere lo stipendio ma non voglio vaccinarmi»
La testimonianza di una 52enne insegnante alle elementari che vuole rimanere anonima «Mi sottoporrò al tampone ogni 48 ore se necessario»
REGGIO EMILIA. «Non ho nessuna intenzione di vaccinarmi. Mi sottoporrò al tampone ogni 48 ore, se sarà necessario, e se scatterà la sospensione mi affiderò a un avvocato per presentare ricorso. Per favore non mi definisca “no vax”: non sono contraria ai vaccini, li ho fatti tutti così come i miei figli, questo però lo considero un siero sperimentale».
L’insegnante delle elementari di 52 anni (lavora dal 1990, di ruolo dal 2005) è agguerrita nel suo rifiuto all’iniezione obbligatoria e spiega di preferire un anonimato perché «lavoro in una scuola di paese e il tema è molto divisivo, anche se sono convinta che gli alunni saranno più sicuri con me, sempre monitorata, piuttosto che con chi ha il green pass in tasca e non verrà controllato».
Un anonimato di comodo, occorre sottolinearlo, per esprimere una posizione fortunatamente molto minoritaria di docenti che non intendono sottoporsi a una vaccinazione raccomandata quotidianamente da medici e personale sanitario.
«Nella mia scuola le docenti contrarie sono due, io e un’altra; nell’intero plesso cinque su quaranta docenti. Da notare che tutte le colleghe lo sanno e rispettano la mia scelta di coscienza. La preside non so, vedrò a settembre».
La 52enne elenca quella che definisce una lunga serie di motivazioni, citando a suo dire dossier e fonti ministeriali, in aperto contrasto con le evidenze scientifiche sull’efficacia dei vaccini garantita pressocché all’unanimità dalla comunità scientifica.
Per l’insegnante, invece, ci sarebbero «una serie di elementi contraddittori che non mi convincono. Non dico che la mia posizione sia giusta e quella opposta sia sbagliata, ma al momento, facendo ricorso alla semplice logica e al pensiero critico, non me la sento di accettare quella che è una discriminazione, una coercizione anticostituzionale, contraria alla libertà individuale e al diritto del lavoro».
Di fatto l’insegnante rischia di perderlo, il suo lavoro. Alla domanda se ritiene che un tampone un giorno sì e un giorno no per dieci mesi sia fattibile, la docente rincara la dose. «Il green pass non è una misura sanitaria, è un modo per obbligare le persone a vaccinarsi. Tra l’altro la scuola è il luogo in cui i contagi sono stati più bassi in assoluto, il problema semmai sono stati i trasporti o la mancanza di spazi. A chi rifiuta il vaccino sarà imposto il tampone nasofaringeo anziché nasale: dobbiamo pure soffrire. Altrimenti mi rivolgerò ai numerosi avvocati che stanno accogliendo ricorsi collettivi da parte di categorie come i sanitari. Sono fiduciosa». Resta un dubbio: quale genitore manderebbe a scuola il proprio figlio con un’insegnante non vaccinata?
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google