«A rischio overdose non sono soltanto i tossicodipendenti»
Intervista alla dottoressa Luana Oddi del Serdp di Reggio nella Giornata internazionale di sensibilizzazione
Martina Riccò
REGGIO EMILIA. Quando si parla di morte da overdose, qualcuno è portato a pensare a persone che “se la sono cercata”. Questo pregiudizio però, oltre a dimenticare che i tossicodipendenti sono persone con dipendenza patologica, è anche sbagliato. «Intanto non è detto che l’overdose, una delle complicazioni più temute legata all’uso di sostanze, capiti solo a chi fa un grande uso di droga. E poi la morte da overdose può essere evitata», spiega la dottoressa Luana Oddi, specialista in tossicologia medica dell’Ausl di Reggio Emilia.
«Quando si parla di overdose – chiarisce – ci si riferisce a un evento di sovradosaggio, ovvero quando l’assunzione di una o più sostanze supera il livello di tolleranza individuale di una persona. Se non viene riconosciuta e trattata tempestivamente, l’overdose provoca la compromissione delle funzioni vitali e l’arresto delle funzioni respiratoria e cardiaca, e può terminare in decesso. Importantissimo, dunque, saperla riconoscere e trattare».
È a rischio solo chi fa uso di eroina?
«Gli oppioidi, dunque anche l’eroina, vanno ad agire sul centro del respiro, ma chi fa uso di altre sostanze non è esente dal rischio overdose. Si può morire per un’eccessiva quantità di alcol, ad esempio, e anche per quello che noi definiamo policonsumo, quindi il mix di sostanze. L’anno scorso all’Ambulatorio a bassa soglia di accesso di via Bocconi abbiamo registrato due decessi per overdose: una delle due persone non aveva un quadro rispondente alla dipendenza».
Il Covid ha influito sulle dipendenze?
«L’emergenza Covid ha determinato, a partire dallo scorso anno, un crescente aumento del malessere psico-sociale e degli episodi di consumo di sostanze stupefacenti. Confrontando l’utenza del Servizio a bassa soglia di accesso del giugno 2021 con quella del giugno del 2020 si vede un importante incremento. Attualmente i Serdp (ossia i servizi di dipendenze patologiche) di Reggio e provincia hanno in carico 2.938 persone, tra tossicodipendenti e alcolisti, di cui 155 under 24. Il Servizio a bassa soglia di accesso di via Bocconi, invece, ha in trattamento 231 persone. Si tratta di pazienti che non hanno ancora manifestato l’intenzione di intraprendere un percorso di disintossicazione che possa portare all’interruzione dell’assunzione di sostanze, e dunque parliamo di persone che hanno le maggiori difficoltà anche dal punto di vista sociale».
Partendo dall’attività clinica nei vostri ambulatori, quali sono le sostanze stupefacenti più diffuse nella nostra provincia?
«Pur rimanendo la richiesta di trattamento per eroina e oppioidi la più consistente, abbiamo registrato un aumento di persone che chiedono una presa in cura per problemi legati all’uso di alcol e cocaina. La pandemia ha inoltre sollevato preoccupazioni per sostanze quali il crack, derivato della cocaina, che è fortemente diffuso nella nostra città e che spesso è associato a condizioni di maggiore marginalità. A livello nazionale e mondiale, come già avvenuto dopo la crisi economica del 2008, si assiste a un aumento di dipendenze da psicostimolanti (come appunto cocaina e derivati) ma anche, soprattutto nelle donne, da sedativi, ansiolitici e analgesici».
Chi è maggiormente a rischio di overdose?
«Anche se si assiste, anche nella nostra città, a un aumento di richieste di presa in cura da parte di donne, resta il genere maschile quello più soggetto, dai 40 anni in su. Nell’ultimo anno a livello nazionale c’è stato però anche un aumento nelle fasce giovanili, spesso per policonsumo, e negli ultra 50enni».
Cosa si può fare per prevenire la morte da overdose?
«Diffondere capillarmente il Naloxone, che blocca la depressione respiratoria indotta dagli oppioidi, e che si può ritirare senza ricetta in farmacia. Questo farmaco salvavita dovrebbe essere ovunque, come i defibrillatori. Istruire i consumatori su comportamenti tutelanti e anche la popolazione che non ha quadri di dipendenza, per renderla capace di soccorrere qualcuno in caso di bisogno. Infine, non per importanza, bisogna lavorare per abbattere lo stigma sulle morti associate all’uso di droghe, sui consumatori e anche sulle terapie e i percorsi proposti dal Servizio dipendenze patologiche. Parliamo di persone con una patologia, è irrinunciabile la difesa dei loro diritti e delle loro vite».
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