«Sfiducia e toni apocalittici contro un diritto civile»
Il segretario Cgil: «Parole ferme al Medioevo nel rapporto fra fede e ragione»
REGGIO EMILIA. «Sostenere che se si dà all’uomo “il diritto di uccidere non potremmo più fermare la catena di morti” suona come una dichiarazione preventiva di totale sfiducia nel genere umano, sfiducia che poi caratterizza il proseguo di un ragionamento che si spinge addirittura a scomodare eugenetica e nazismo in un crescendo di toni apocalittici. Al contrario sono convinto che l’eutanasia legale sia un diritto di civiltà». A replicare a stretto giro al vescovo Massimo Camisasca è il segretario generale della Cgil di Reggio Emilia Cristian Sesena, secondo il quale «la posizione sul referendum per la legalizzazione dell’eutanasia espressa sulle colonne de La Verità dal vescovo di Reggio Emilia evidenzia ancora la difficoltà mai superata, dal Medioevo ad oggi, di trovare un equilibrio fra fede e ragione su temi di assoluta importanza per l’essere umano, quali la morte e la vita».
Sesena comincia dalla contestazione dell’affermazione del vescovo secondo il quale «l’uomo non è padrone della propria vita».
«Qui si consuma una frattura inconciliabile fra chi crede e chi no. Ma sono i successivi corollari a questa affermazione ad apparire agli occhi di un laico – convinto sostenitore della necessità della laicità dello Stato e della inammissibilità delle ingerenze della Chiesa nella gestione della res publica – inaccettabili. Ad esempio ritenere che l’eutanasia sia equiparata ad un atto di protervia umana (i greci la chiamavano hybris) o di vocazione al superomismo è la prima forzatura che si rileva nel contributo di Monsignor Camisasca. A settecento anni dalla nascita di Dante il mito di Ulisse, che per seguir “virtute e canoscenza” solca le colonne d’ Ercole venendo punito da Dio, andrebbe quantomeno attualizzato ai tempi nostri; tempi sicuramente agitati e di poche certezze, ma che affidano all’uomo la possibilità consolidata di coniugare etica e politica».
Secondo il segretario della Cgil «garantire all’uomo il diritto di scegliere, riconoscergli la facoltà di comprendere se il dolore che sta vivendo stia togliendo senso e dignità ai suoi giorni è, al contrario, un atto di fiducia nel prossimo. Come per il diritto all’aborto, anche il diritto a decidere della propria vita è un passaggio che non può essere banalizzato e di cui dobbiamo avere rispetto. Un passaggio che non può essere delegato a nessuno e che l’individuo deve poter compiere in piena libertà».
Per Sesena «manca il rispetto» in una posizione «che arriva a sostenere che potrebbe verificarsi una corsa alla “dolce morte” da parte di chi soffre di patologie psichiche come la depressione. Sarebbe poi interessante comprendere se è vero che ogni depresso ha pensato almeno una volta al suicidio. Lo ritengo improbabile, come ritengo improbabile che chi soffre di patologie psichiche non abbia nel nostro Paese la possibilità di curarsi, di essere assistito e di tornare a stare bene».
Per concludere la guida del sindacato reggiano fa una professione di fede nei confronti dell’uomo, della civiltà e dei valori laici. «È fuori discussione che una eventuale legge in materia dovrà essere equilibrata, chiara e prevedere casistiche stringenti, onde evitare anche il solo rischio di interpretazioni capziose e abusi. Credo che nella fiducia concessa all’uomo di poter autodeterminarsi, nell’investimento che si fa nella sua intelligenza di comprendere se, come e a che prezzo vivere, ci sia un forte segno di civiltà e di progresso. Credo che la laicità dello Stato sia un valore che va protetto e affermato convintamente in ogni scelta del decisore politico di turno. Credo che gli italiani, se e quando saranno chiamati al voto, sapranno decidere guardando al futuro come è stato fatto per il divorzio e per l’aborto. Credo che un diritto concesso rappresenta un avanzamento che innalza il livello di tutela sociale anche per chi a quel diritto non ricorrerà mai».
Am.P.
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