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«In trent’anni non si è mai vista una tragedia di questo genere»

Ambra Prati
«In trent’anni non si è mai vista una tragedia di questo genere»

Il commento di Franzoni, presidente Aci ed esperto di rally «Una fatalità che ha dell’incredibile e dell’imprevedibile»

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. «Nella mia esperienza trentennale di rally un incidente che coinvolgesse il pubblico non si è mai verificato. Mi sono documentato: anche a livello nazionale in cinquant’anni episodi del genere si contano sulle dita di una mano. Quanto accaduto è una fatalità che ha dell’incredibile e dell’imprevedibile».

Marco Franzoni, oltre a essere presidente dell’Aci di Reggio Emilia dal 1988, ha un passato da appassionato di rally. È stato lui a riesumare il Rally dell’Appennino, che ha organizzato fino al 2021-2013, dopo aver ricoperto per decenni il ruolo di commissario tecnico nazionale e di presidente nazionale degli ufficiali di gara. «Sono in mezzo ai motori da sempre», conferma Franzoni, che vuole esprimere il suo strazio personale.

«Da sportivo, da reggiano e da ex organizzatore sono distrutto». Martedì scorso Franzoni si è recato prima a Ciano al funerale di Davide Rabotti, il 20enne studente universitario travolto e ucciso (illesi i due amici che erano con lui, mentre l’altra vittima è Cristian Poggioli, modenese di 34 anni, morto davanti agli occhi della compagna), per porgere le condoglianze alla famiglia. Poi è andato su quel terrapieno di Grassano dove la Peugeot 205 R è uscita di strada piombando sul pubblico e uccidendo i due giovani.

Un sopralluogo «a titolo personale, per comprendere cosa possa essere accaduto», spiega. «Una certa dose di rischio – continua – nel rally è sempre presente però con tutto quello che viene predisposto per la sicurezza un avvenimento del genere è irripetibile. È chiaro che le auto vanno a forte velocità, possono perdere aderenza e prendere una direzione diversa. Ho capito solo che la macchina è impazzita e ha imboccato, sulla destra, il terrapieno arrampicandosi su quella collinetta, sebbene faccio fatica a credere che la vettura si sia staccata dal suolo volando via».

Chiara la dinamica «ma quello che è successo dopo la fuoriuscita non lo voglio immaginare. Non voglio entrare nel merito perché c’è un’indagine in corso: esistono talmente tante testimonianze, tra fotografie, filmati e la camera car dell’auto, che credo che i magistrati abbiano tutti gli elementi a disposizione per risolvere il caso».

Franzoni sottolinea poi la rarità della tragedia: «Non è mai successo nulla del genere al Rally dell’Appennino. Negli altri rally, per la mia esperienza, le uscite di strada sono all’ordine del giorno ma coinvolgono solo i piloti e fanno parte del gioco. Tra l’altro le auto sono sicure, hanno gabbiotti interni che proteggono se ci si cappotta. Ma in trent’anni di attività nel rally non ho mai visto un incidente che toccasse il pubblico. E all’epoca, si badi, il pubblico era proprio sulla strada. Non c’erano le misure di sicurezza odierne».

Da allora, sottolinea l’esperto, è cambiato il mondo. «Non si possono recintare 70 chilometri di percorso. Però oggi vengono proibiti agli spettatori i tratti più pericolosi, ad esempio una curva dove è possibile una fuoriuscita, altri punti sconsigliati per considerazioni di altro tipo e intere strade chiuse. Mentre è usuale che gli spettatori si posizionino in un punto sopraelevato per avere una visuale migliore della gara. Ad esempio i tornanti prima di Grassano sono uno dei tratti prediletti dagli appassionati, mentre la collinetta della tragedia non era nemmeno così interessante perché è vicino a una semicurva. Evidentemente era comoda da raggiungere».

Una volta stabilito il percorso scatta la procedura di verifica: «Prima della gara partono le macchine di ispezione apripista, proprio per controllare che non ci siano persone sulla strada o aspetti critici. Solo dopo aver ricevuto l’ok dagli apripista viene fatta partire la corsa, con i commissari disseminati ogni tot chilometri e collegati con gli auricolari».

Sul posto dell’incidente «ho trovato tutto a regola d’arte – prosegue Franzoni –. Le postazioni segnate, gli pneumatici contro i guard rail per rendere inoffensivi gli spigoli, all’origine di tanti feriti. Del resto per quello che so io gli organizzatori del Grassano Rally Team lavorano bene: hanno approntato per tre anni una propria gara prima che concedessimo loro l’uso del marchio Rally dell’Appennino».

Se, nonostante le regole ferree, capita un incidente scatta poi la batteria dei soccorsi. Che è massiccia e ben organizzata: «Al rally erano presenti 40 sanitari e sette medici rianimatori. L’allarme è stato lanciato alle 9.52 e alle 9.54 era sul posto la prima ambulanza, alle 9.58 la seconda ambulanza, alle 10.10 l’elisoccorso, a dimostrazione di una macchina organizzativa puntualissima».

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