Pietra d’inciampo in ricordo di Munari
La targa d’ottone dedicata a una vittima delle deportazioni verrà ricollocata domani alle 12 in via Confine a San Rocco
GUASTALLA. Domani alle 12 a San Rocco di Guastalla sarà nuovamente posata la pietra d’inciampo in memoria di Aldo Giuseppe Munari, morto in un lager. Posata di nuovo perché, dopo essere stata posata una prima volta nel 2018, era stata danneggiata due anni dopo. Inizialmente si pensò a un raid vandalico o di natura politica, ma poi un agricoltore ammise di avere danneggiato involontariamente la pietra con un trattore.
L’istituto Istoreco, l’amministrazione comunale di Guastalla e la locale sezione Anpi oggi invitano concittadini, studenti, famigliari e amici a partecipare alla posa della pietra in ricordo di Munari e di tutti gli internati militari italiani, deportati e uccisi nei lager nazisti per il loro rifiuto di continuare la guerra dopo l’armistizio dell’8 settembre 1943.
L’evento si svolgerà davanti alla casa di Aldo Giuseppe Munari, in via Confine 1, appunto a San Rocco. È un modo per ricordare cittadini deportati proprio davanti alle loro case, nelle vie, posando nuove pietre. La pietra d’inciampo è una piccola targa in ottone a scopo commemorativo, posta su un sanpietrino, collocata in memoria delle vittime della deportazione davanti all’ultima abitazione scelta liberamente. Con l’installazione di ormai oltre 75.000 pietre in centinaia di Comuni, le pietre d’inciampo sono il più vasto monumento antifascista in tutta Europa.
Aldo Giuseppe Munari era nato il 6 febbraio 1915 a Viano. Abitatava in via Confine a San Rocco di Guastalla . A soli 20 anni dovette lasciare la sua campagna dove aveva vissuto assieme ai suoi genitori Abramo e Concetta e ai due fratelli maggiori, Giovanni e Giuseppa. Aldo, dopo soli tre anni di scuola elementare, aveva iniziato a coltivare quegli stessi campi, ma quella tranquillità non durò a lungo.
Il 25 settembre del 1935 prese parte alla leva a Reggio Emilia, come era solito per tutti i ragazzi di quel tempo. Il periodo di leva durò pochi mesi; il 25 marzo 1936 Aldo si ammalò e rimase in cura fino al 9 aprile nell’ospedale militare di Bologna. Una volta uscito, fu arruolato nel reggimento “Lancieri di Novara”, dove rimase durante vari periodi fino al settembre del ’37. Un paio di anni dopo era tranquillo a casa ad ascoltare la radio quando ad un tratto annunciarono che l’Italia sarebbe entrata in guerra: era il 10 giugno 1940, ed in quel momento Aldo capì che in poco tempo sarebbe dovuto andare a combattere. Infatti, il 16 settembre dello stesso anno fu arruolato nello stesso reggimento in cui aveva già prestato servizio. L’8 novembre del ’42 venne trasferito in Croazia, sul fronte orientale, e lì dovette affrontare difficili e lunghe battaglie. Tutto cambiò l’8 settembre dell’anno successivo, quando l’Italia dichiarò l’armistizio. In seguito a questo annuncio, si creò uno stato di confusione generale: chi erano ora i nemici? Come ci si doveva comportare con i tedeschi alleati dell’Italia fino all’armistizio? La risposta arrivò il giorno seguente, quando i tedeschi fecero prigionieri gli italiani, che poi vennero deportati in Germania.
Aldo Munari passò tre orribili giornate di viaggio, e quando finalmente arrivò a Colonia le sue condizioni non migliorarono: come internato militare non aveva alcun diritto. Assieme agli altri, venne messp a lavorare nelle fabbriche d’armi tedesche. Morì nel campo di lavoro il 16 novembre 1944.
M.P.
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