«Soffriamo, ma il nostro Matteo ha risvegliato le coscienze»
A sei mesi dalla morte per Covid di Reggiani, disabile di 46 anni, parlano i genitori: «La rabbia non si spegne. Ma vogliamo ringraziare i tanti che ci sono stati vicini»
CADELBOSCO SOPRA. «Quello che abbiamo passato, i sacrifici in questi 46 anni, il dolore grande per questa atroce perdita, non si possono spiegare. Viviamo la disgrazia tutti i giorni. Ma il nostro Matteo ha risvegliato le coscienze, in tanti ci sono stati vicini. Li vogliamo ringraziare tutti». Così Esperino ed Elsa Reggiani, i genitori di Matteo, il disabile di 46 anni morto per Covid il 9 marzo scorso.
A sei mesi precisi da questa straziante perdita i due pensionati (73 anni lei e 77 lui) di Villa Argine, vogliono ricordare il loro unico figlio, contro il quale la sorte si è accanita. Un accanimento infinito come è la rabbia che provano i due genitori. «Viviamo la disgrazia tutti i giorni – dice Esperino – Per la rabbia che ci è rimasta in corpo dobbiamo prendere farmaci per riuscire a dormire la notte».
Anche loro risultati positivi, una volta usciti dal tunnel della malattia (il padre è stato costretto anche al ricovero), non appena hanno potuto, marito e moglie hanno fatto del cimitero di Villa Argine, dove il figlio riposa vicino a un’altra giovanissima vittima del Covid in paese, la 29enne Gloria Mesoraca, morta a maggio scorso, la meta dei loro pellegrinaggi giornalieri: «Andiamo due volte al giorno – dice mamma Elsa – Una io e una mio marito.
«Non è stato giusto tutto questo... – si lascia andare papà Esperino – Pensare che Matteo è morto di una morte atroce, soffocato, senza più respiro, proprio come era nato, per colpa dei medici che allora non vollero praticare il taglio cesareo. E poi quel vaccino mai arrivato. Nascere così e morire così...».
Tra la nascita e la morte una vita, quella di Matteo, fatta di sofferenze, ma anche di tanta gioia e di un amore incondizionato e reciproco tra lui e i genitori che non hanno esitato a rinunciare a tanto per essere in grado di accudirlo come si deve. «Ci sarebbe da scrivere un libro. Matteo era disabile, ma capiva tutto, parlava con gli occhi», ricorda Esperino.
«Amava stare tra le persone ed era contento quando a casa venivano gli amici, come succedeva spesso prima del Covid – racconta la mamma tra le lacrime –. Aveva bisogno della rassicurazione del contatto fisico e noi eravamo sempre vicini a lui. La sera aspettava sempre prima di addormentarsi che io finissi le mie cose e lo raggiungessi. Accudirlo per noi non è mai stato un sacrificio».
Con la rabbia neppure i sensi di colpa se ne vanno. «Forse quanto successo è la mia punizione – dice Elsa – Per avere pensato, qualche volta, che sarebbe stato meglio se ne andasse prima di noi. Perché era troppo forte il legame. Ne parlavamo io e mio marito, di come sarebbe stato per lui il futuro senza di noi...».
I mesi trascorsi senza Matteo hanno lasciato inalterati tutti i sentimenti devastanti legati a quanto è successo. Ma c’è anche qualcosa di buono, un seme di speranza: «Il nostro Matteo ha risvegliato le coscienze – dicono papà e mamma –. In tanti ci sono stati vicini dopo la sua morte. Ma tanti erano anche prima che morisse. Vogliamo ringraziare tutti per l’affetto dimostratoci. Tra questi in particolare la fisioterapista Fiorella Belpoliti, gli infermieri di Castelnovo Sotto che venivano ad accudirlo a casa e tutta la comunità di Villa Argine che si è stretta a noi».
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
