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il mistero di novellara 

La famiglia Abbas si difende «Saman morta? No, fuggita»

Alessandro Cagossi

Intervistato in Pakistan il cugino del papà della 18enne «Se non si trova il corpo  non si possono fare  delle insinuazioni gratuite»

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NOVELLARA. «Senza il ritrovamento del cadavere di Saman, non si può fare nessuna insinuazione».

Sono queste le parole, sinistre e sibilline, pronunciate da Chaudry Shaftar Abbas, un primo cugino di Shabbar Abbas (il padre di Saman), residente nei villaggi rurali del Punjab pakistano da dove proviene il clan della ragazza pachistana sparita nel nulla dalla notte del 30 aprile. Dichiarazioni andate in onda venerdì sera nel programma televisivo “Quarto grado” di Rete 4. «Lei è andata via – prosegue Chaudry Shaftar Abbas – in qualche posto, è scappata. I media mentono, siamo gente molto rispettabile. E’ un’ingiustizia, mio nipote Ikram è in prigione in Italia, ma è totalmente innocente».

Parole che presumibilmente rappresentano la versione dei fatti del clan Abbas e assomigliano anche a una vera e propria linea difensiva. Se da una parte il quadro indiziario appare abbastanza chiaro, se si mettono assieme tutti gli elementi di questo intricato puzzle (la sparizione della ragazza e la successiva fuga di tutti i familiari che si ritiene abbiano avuto un ruolo nel disegno criminale), dall’altra il clan Abbas dimostra di essere tutto fuorché sprovveduto nel giocare una partita sia mediatica che giudiziaria. Tutti gli indagati avrebbero fatto ritorno in Pakistan. I genitori (considerati i mandanti dell’uccisione), attraverso un volo di linea dalla Malpensa, lo zio Danish Hasnain (ritenuto dagli inquirenti l’esecutore materiale dell’omicidio) e il cugino Nomanulhaq Nomanulhaq (considerato un complice), in un primo momento fuggiti in Francia, si sarebbero appoggiati ad organizzazioni clandestine che forniscono servizi per il rimpatrio. Ikram Ijaz, un altro cugino di Saman, arrestato in Francia e poi estradato in Italia, pure lui accusato di concorso nell’omicidio della giovane e nell’occultamento del suo cadavere, ha dichiarato di essere estraneo alla vicenda.

A livello mediatico la famiglia di Saman è consapevole di essere finita in un intricato caso internazionale e alla ribalta delle televisioni nazionali italiane, che si sono messe sulle loro tracce. Il rimpatrio in Pakistan di tutti gli indagati, quindi, non solo rappresenta una strategia per sottrarsi alla giustizia italiana e mettersi al riparo dandosi alla macchia anche nel loro Paese, usufruendo di una rete di fiancheggiatori, ma col passare del tempo ha dato modo al clan di architettare anche una strategia difensiva a livello mediatico. In ambito giudiziario i punti interrogativi paiono essere predominanti rispetto alle certezze acquisite: dopo mesi di ricerche nelle campagne di Novellara, la pista che porterebbe a Guastalla come il luogo dell'occultamento del cadavere può essere ritenuta attendibile o è l’ennesimo depistaggio? Se il corpo di Saman, smembrato, fosse stato trasportato a Guastalla attraverso strade di campagna percorse in bicicletta, in sacchi adagiati su dei cestini – come ipotizzato dalla trasmissione “Quarto grado”– dove sarebbe avvenuto l’effettivo smembramento, considerando che i cani molecolari nell’azienda agricola di Novellara dove lavoravano gli Abbas non hanno mai segnalato né tracce di Saman, né tracce ematiche? Se i resti di Saman fossero stati gettati nel fiume Po, cosa potrebbe essere rimasto, dopo oltre quattro mesi? Le parole pronunciate venerdì sera da Chaudry Shaftar Abbas, alla luce anche di quanto detto da Danish Hasnain su quella notte in cui Saman è scomparsa («Abbiamo fatto un bel lavoro»), fanno presagire che il ritrovamento del cadavere di Saman non sarà affatto facile.

Alessandro Cagossi

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