False fatture, 193 in tribunale per l’inchiesta “Billions”
REGGIO EMILIA. Tre ore per fare l’appello degli imputati (quasi tutti assenti) e discutere di alcuni vizi di notifica. La maxi-inchiesta Billions, incentrata su un presunto giro milionario di false fatture, è approdata ieri mattina in tribunale con la prima udienza preliminare davanti al gup Andrea Rat.
Considerato che gli imputati sono 193, non stupisce che ci sia voluto tempo per l’appello e discutere di una decina di notifiche non corrette.
Nella prossima udienza, fissata a fine ottobre per consentire di rettificare i vizi di notifica, si discuteranno le questioni preliminari, mentre in quella ancora successiva i legali inizieranno a chiedere eventuali riti alternativi per i loro assistiti.
Dall’inchiesta Billions, così come da altre precedenti indagini, Reggio Emilia emerge come una vera e propria fabbrica delle false fatture.
Un fenomeno finanziario illegale milionario su cui sta indagando da tempo il sostituto procuratore Giacomo Forte. Il magistrato ha contestato a vario titolo agli imputati diversi reati di natura tributaria ma anche associazione a delinquere, riciclaggio, autoriciclaggio e bancarotta fraudolenta.
Rispetto a quando è esplosa questa maxi-inchiesta, cioè nel settembre dell’anno scorso, il numero delle persone finite nel mirino del pm Forte si è ristretto ma non di molto (da 201 a 193) sulla scia di alcune situazioni: un indagato è morto, c’è chi ha patteggiato in fase di indagini, vi sono state delle archiviazioni.
Il 23 settembre 2020 era ancora notte quando gli inquirenti entrarono in diverse abitazioni per notificare provvedimenti restrittivi, effettuare perquisizioni e sequestrare beni.
Il pm è convinto che a tessere le fila di questo giro di false fatture sia un’organizzazione vasta, potente, molto ben strutturata, suddivisa in una decina di “cellule” (fra cui una reggiana e una radicata nel Mantovano), con agganci ’ndranghetisti, come rimarca chi ha indagato, puntualizzando però che l’aggravante mafiosa non è stata contestata.
Le perquisizioni hanno fruttato sequestri per circa mezzo milione di euro (di cui 267mila euro in contanti).
J. D. P.
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