Mafia e reati predatori in cima all’agenda del colonnello Milani
A Gioia Tauro ha fronteggiato alcune delle cosche più potenti: «La risposta dei carabinieri è il controllo del territorio»
REGGIO EMILIA. Per tre anni ha comandato il Gruppo di Gioia Tauro, dove operano alcune delle ’ndrine calabresi più potenti, e ha svolto servizio come Capo sezione dell’Ufficio criminalità organizzata al comando generale dell’Arma. Il colonnello Andrea Milani, nuovo comandante provinciale dei carabinieri di Reggio Emilia, ha un’esperienza specifica nel campo della lotta alla mafia. L’ufficiale 48enne, la realtà emiliana la conosce bene, perché dal 2002 al 2006 è stato a Fiorenzuola d’Arda, nel piacentino, comando che tra l’altro ha avuto un ruolo importante nelle indagini che hanno portato al blitz di Aemilia.
Il suo focus come comandante dei carabinieri sarà a 360 gradi, ha assicurato ieri in occasione del suo primo incontro con la stampa, perché sia la criminalità organizzata che quella comune incide sul benessere dei cittadini e la percezione di sicurezza. «I reati predatori danno più fastidio perché vengono immediatamente percepiti, soprattutto quando è preso di mira il domicilio». Il militare, elencando le sue priorità, ha poi fatto riferimento al tema della violenza sulle donne e alle truffe agli anziani.
La ricetta dell’ufficiale è semplice e collaudata. «Il controllo del territorio non è solo importante per prevenire i reati comuni ma anche per contrastare la criminalità organizzata». Perché la mafia tende «a esercitare un controllo alternativo del territorio e ne altera gli equilibri sociali, economici ed ambientali, infettando il territorio con capitali illeciti». La mafia non vuole solo gestire traffici o attività, come si diceva in Emilia in passato, «ma usa la sua forza economica per la sua vocazione genetica, che è quella di intervenire nella mediazione dei rapporti tra operatori economici e nelle controversie tra la popolazione».
L’esperienza di Milani è stata sicuramente tenuta in considerazione quando è stato assegnato a questa “ex isola felice”. L’esperienza a Gioia Tauro è stata utile all’ufficiale per «conoscere, saper leggere e sentire quel silenzio delle mafie silenti delocalizzate». Un silenzio, che se non ascoltato, consente alle mafie di prosperare, come insegna la vicenda delle cosche cutresi a Reggio Emilia.
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