«Era la figlia Rosita a riscuotere l’affitto»
Lo dicono i testimoni. L’avvocato di Francesco Grande Aracri lascia l’aula in segno di protesta contro il commissario-teste
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. «Ho lasciato l’aula in segno di protesta per il modo di procedere: una testimonianza fiume, senza possibilità di interloquire e di controinterrogare. Un “filo diretto” tra accusa e testimone». Così l’avvocato Antonio Piccolo – memoria storica del processo alla banda della Uno Bianca, non nuovo a colpi di scena, tant’è che in passato ha citato (invano) l’ex sindaco Graziano Delrio e l’attuale sindaco Luca Vecchi –, difensore di Francesco Grande Aracri e del figlio Salvatore, nonché di Domenico Oppido, alle 17 di ieri ha abbandonato l’aula dove era in corso Grimilde, il procedimento di ’ndrangheta riguardante gli affari dei Grande Aracri di Brescello.
I principali imputati sono il fratello del boss Nicolino di Cutro insieme ai figli Salvatore (condannato in abbreviato), Paolo e Rosita.
Oggetto del contendere: la testimonianza del commissario Saverio Pescatore della Squadra Mobile di Bologna, in aula ormai da diverse udienze, che sul tema delle presunte intestazioni fittizie ha continuato a spiegare i passaggi di quote delle varie società con sede a Brescello.
Il commissario stava parlando di Rosita quando è scoppiato lo scontro con l’avvocato Piccolo, che prima l’ha richiamato più volte («esiste la presunzione di innocenza») e poi se n’è andato. «Un teste dovrebbe rispondere alle domande: domanda e risposta – ha spiegato in seguito il legale –. Invece la Procura utilizza Pescatore in modo suggestivo e inappropriato, contro le regole del codice penale. Capisco che si tratti di un rappresentante delle forze dell’ordine, ma non può commentare le intercettazioni pensando pure di tradurre il cutrese».
In mattinata sono stati ascoltati quattro testimoni dell’accusa: un agente immobiliare di Bondeno (Mantova) e altre tre persone che, a Suzzara, avevano preso in affitto alcuni appartamenti dell’immobiliare “Santa Maria srl”, società di cui Francesco Grande Aracri deteneva la metà delle quote.
In realtà, secondo il pm della Dda Beatrice Ronchi, Grande Aracri intestò la società a prestanome per metterla al riparo da eventuali provvedimenti giudiziari, mantenendone però il controllo occulto tramite i figli. «Ho visto il signor Grande Aracri una sola volta. In seguito veniva di persona la figlia Rosita, con il marito e a volte con la madre, a riscuotere l’affitto rilasciando regolari ricevute. Sì, ho il cellulare di entrambi», ha spiegato l’agente immobiliare, che ha riconosciuto gli imputati nell’album fotografico. I testimoni hanno tutti ribadito che, mentre inizialmente versavano il canone di affitto tramite bonifici, da un certo periodo in poi – coincidente con un periodo di detenzione di Francesco Grande Aracri – avrebbero pagato direttamente in contanti alla figlia Rosita, che si presentava di persona.
Tutto questo andrebbe ad avvalorare la tesi sostenuta dalla Procura antimafia secondo cui «anche dopo la formale uscita di scena di Francesco, la compagine societaria (dell’immobiliare Santa Maria, ndr) è rimasta saldamente nelle mani di questi attraverso la figlia, nonostante la fittizia intestazione delle quote».
L’imputato, videocollegato dal carcere di Novara, ha però replicato: «Quando ho venduto le quote della società, i nuovi soci hanno dato a mia figlia una procura per riscuotere gli affitti. È tutto regolare, non abbiamo imbrogliato». Nella prossima udienza del 27 settembre il giudice Giovanni Ghini si pronuncerà sulla richiesta del pm di accorpare al processo in corso anche il procedimento in cui il reato associativo del 416 bis viene contestato a Francesco Grande Aracri per gli anni che vanno dal 2010 al 2012: nelle accuse mosse a Grande Aracri si tratta di due anni di “buco” che il pm Ronchi ha chiesto di riconsiderare. È probabile che, per economia processuale, i due tronconi si riuniranno.
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