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Affidi, c’è la prima richiesta di condanna

La procura vuole una pena di un anno e 6 mesi per la 31enne Beatrice Benati. Per la difesa il caso è senza fondamento


24 settembre 2021 Enrico Lorenzo Tidona


REGGIO EMILIA. Avrebbe tentato di costringere la mamma della bimba che seguiva a interrompere la frequentazione con il compagno. Ma la madre si rifiutò e quindi - questa è l’accusa di violenza privata - l’assistente sociale Beatrice Benati avrebbe detto alla madre che se non lo faceva avrebbe allontanato sua figlia. Una vicenda per la quale, ieri in tribunale a Reggio, è arrivata la prima richiesta di condanna all’interno del processo “Angeli e Demoni”, come fu nominata l’inchiesta sugli affidi di minori in Val d’Enza, che ebbe un’eco potente in tutta Italia.

A prendere la parola per prima ieri è stata il sostituto procuratore Valentina Salvi. La pm al termine della sua requisitoria ha chiesto una condanna per violenza privata e tentata violenza privata a un anno e sei mesi nei confronti della 31enne Beatrice Benati, assistente sociale difesa dall’avvocato Luigi Scarcella, che ha discusso il caso della sua assistita per due ore e mezzo, chiedendo al giudice per l’indagine preliminare Dario De Luca la piena assoluzione per la sua assistita.

Benati ha chiesto infatti il rito abbreviato, al pari dello psicoterapeuta Claudio Foti. Due abbreviati su un totale di 24 imputati.

La vicenda di Benati parte dal suo ruolo di assistente sociale di una bimba. Ruolo nel quale avrebbe ecceduto le sue prerogative, costringendo la madre a rinunciare a trascorrere con la figlia le vacanze di Natale nel 2018, trascorse poi dalla bambina fuori casa. Secondo la magistratura per Benati poteva esserci un rischio di abusi da parte del compagno della donna, fatto non rispondente però a verità secondo la pm Salvi. Si sarebbe trattato quindi di una mera supposizione dell’imputata.

«Per la pm la nostra tesi difensiva era basata sull’adempimento del dovere - spiega Scarcella - Ma qui ben prima. Il fatto non sussiste, non c’è la prova né della minaccia implicita né esplicita. C’è stato solo un consiglio da parte della dottoressa Benati a tutela della minore. E sia la madre sia la minore hanno espresso il consenso». Nessuna forzatura, quindi, bensì una consiglio dato alla madre visto l’inserimento di un uomo nella vita della bambina, che per l’assistente sociale doveva avvenire ma in modo graduale. Per riportare alla mente il fatto, Scarcella ha fatto proiettare in aula la deposizione della minore del 25 gennaio 2019 davanti alla pm e con l’aiuto di una psicologa. «In quell’occasione la ragazzina ha detto che si era trattato solo di un consiglio, che non c’era stata alcuna forzatura da parte di Benati e ha detto di sì a quella richiesta perché ha detto che la faceva piacere passare qualche giorno dall’affidataria».

Il processo finora ha visto solo un patteggiamento a un anno e otto mesi, quello dell’assistente sociale di Cinzia Magnarelli. Ora toccherà - il 30 settembre - alla discussione del caso di Foti.

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