Grande Aracri: «Mai avuta l’intenzione di pentirmi»
REGGIO EMILIA. «Non ho mai avuto intenzione di pentirmi. Ho chiesto di poter parlare col dottor Gratteri per chiarire la posizione di mia moglie e mia figlia. Si è trattato di una strategia della Dda di Catanzaro per indurmi a collaborare. E quando non ci sono riusciti hanno detto che non ero attendibile». Questo lo sfogo del boss Nicolino Grande Aracri, che nelle oltre due ore di dichiarazioni fiume ha smentito le indiscrezioni uscite nell’aprile scorso (per l’interessato considerati infamanti) sul fatto che volesse diventare un collaboratore di giustizia.
È accaduto ieri a Bologna, nell’Appello agli sgoccioli per Aemilia 1992, che vede imputati per omicidio volontario, premeditato e aggravato dal metodo mafioso Grande Aracri, Antonio Ciampà, Angelo Greco, Antonio Ciampà e Antonio Lerose, ritenuti responsabili degli assassinii cold case di 29 anni fa, vittime Nicola Vasapollo a Pieve in città e Giuseppe Pino Ruggiero a Brescello.
Il 2 ottobre 2020 gli imputati (per i quali nella scorsa udienza l’accusa ha chiesto l’ergastolo) sono stati assolti tranne il boss, condannato all’ergastolo come mandante e organizzatore del solo delitto Ruggiero. Ieri le annunciate dichiarazioni spontanee di Grande Aracri, aduso alle esternazioni ma è la prima volta in questo processo. Il boss ha parlato a lungo, dichiarandosi innocente, ripercorrendo atti giudiziari e vecchie sentenze, ricostruendo fatti e circostanze che a suo dire i collaboratori di giustizia hanno alterato per il loro tornaconto. In videocollegamento dal carcere di Opera Grande Aracri se l’è presa, per l’ennesima volta, con i pentiti, che ha definito «falsi e bugiardi». Pentiti che, non a caso, sono il perno dell’accusa, nonostante le divergenze nella ricostruzione dell’omicidio Ruggiero fatta dai collaboratori Antonio Valerio e Angelo Salvatore Cortese non concordino sulla presenza o meno di un altro killer (Aldo Carvelli) come componente del gruppo di fuoco. Grande Aracri ha sottolineato altre discrepanze dei collaboratori di giustizia, che ha più volte attaccato negando ad esempio che Cortese sia stato il suo braccio destro. Sulla falsariga l’intervento dei suoi avvocati difensori Filippo Giunchedi e Gianluca Fabbri. Altre dichiarazioni spontanee, sempre contro i pentiti, sono state rilasciate dall’imputato Angelo Greco, intervenuto dal carcere di Tolmezzo. «I giudici di primo grado – ha affermato Greco – sono stati molto clementi con i collaboratori perché, se avessero tenuto conto di tutte le inesattezze in cui sono incorsi, il pm non avrebbe potuto neanche ricorrere in appello». Greco ha smentito di essere stato il gestore dello spaccio di cocaina tra Reggio Emilia e Parma. Gli avvocati difensori hanno proseguito le loro arringhe fino al pomeriggio davanti alla Corte presieduta dal giudice Orazio Pescatore. La sentenza è attesa per il 30 settembre.
Am.P.
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