Interdittive, reati spia, operazioni sospette «Il Covid è un’occasione per affari illeciti»
Presentato il secondo rapporto semestrale 2020 della Dia: «A Reggio Emilia la mafia è sinonimo di ‘ndrangheta»
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. L’Emilia-Romagna è al quinto posto, a livello nazionale, per reati spia (soprattutto operazioni bancarie sospette) e al sesto posto per numero di interdittive antimafia. È quanto emerge dalla “Relazione del Ministro dell’Interno al Parlamento sull’attività svolta e i risultati conseguiti dalla D.I.A.”, la Direzione investiva antimafia, nel secondo semestre del 2020.
Il documento è un’analisi del fenomeno mafioso, che abbraccia le organizzazioni autoctone (cosa nostra, ‘ndrangheta, camorra, criminalità pugliese) e il loro clonarsi in giro per lo stivale e per il mondo. Come sottolinea il tenente colonnello dei carabinieri della Sezione Operativa della Dia di Bologna Aniello Mautone «per motivi storici legati agli ultimi trent’anni a Reggio Emilia, feudo dei Sarcone, mafia è sinonimo di ‘ndrangheta», in particolar modo della ‘ndrangheta emiliana facente riferimento ai Grande Aracri di Cutro. E «la criminalità economica è quella che più rileva, perciò la ricetta consiste nel colpire i patrimoni tramite le misure preventive; l’ultima che abbiamo eseguito è stata a carico di Antonio Muto».
la METAMORFOSI
Il report è orientato «alle linee di tendenza evolutive» della ‘ndrangheta, caratterizzata dall’abbattimento del «muro di omertà» («fino al recente passato quasi del tutto immune dal fenomeno del pentitismo» e ora siamo di fronte a una pioggia di collaboratori di giustizia perno di tanti processi), individuando la crescente importanza delle «relazioni con gli apparati politico-istituzionali e con la cosiddetta borghesia mafiosa» e «una ‘ndrangheta silente, più che mai pervicace nella sua vocazione affaristico imprenditoriale», con un «approccio di basso profilo e una dimensione prettamente affaristica».
Il Covid non ha fatto eccezione, anzi ha dato una spinta alla «metamorfosi evolutiva» del sodalizio ‘ndranghetista, sempre più concentrato «nell’utilizzare le ingenti risorse liquide» – derivanti «dalle attività illecite diversificate, che spaziano dal narcotraffico internazionale all’infiltrazione negli appalti pubblici, dalle estorsioni al gaming, dai farmaci ai prodotti petroliferi» – per «rilevare o asservire le imprese in crisi finanziaria».
«’Sto Coronavirus è stato proprio un buon affare», è la frase pronunciata da un pregiudicato napoletano vicino al clan Di Lauro intercettato nel corso dell’indagine “Dirty cleaning” di Rimini. Frase che rievoca le ciniche risate («dai che andiamo a lavorare») pronunciate da Gaetano Blasco e Antonio Valerio, captati in Aemilia, dopo il terremoto del 29 maggio 2012 nella Bassa modenese.
COLLETTI BIANCHI
Nel 2020, che ha segnato la peggior stagnazione economica degli ultimi anni, sono crollati reati quali gli omicidi di tipo mafioso, mentre è schizzato in alto il riciclaggio, soprattutto in Emilia. Sul fronte operazioni contro la criminalità organizzata e reati spia l’analisi semestrale indica che, se il record negativo spetta alla Campania seguita da Lombardia, Lazio e Sicilia, l’Emilia-Romagna si piazza al quinto posto per operazioni di contrasto alla criminalità organizzata (8.667) e reati spia (12.646), la sommatoria di questi due fattori è 21.313. «Si tratta della conferma di un trend già noto: in Emilia la ‘ndrangheta è finalizzata al reimpiego di grandi capitali – ha commentato il colonnello Mautone – Nel Reggiano c’è un incremento delle segnalazioni di operazioni sospette, provenienti soprattutto dagli istituti bancari. Dietro a queste operazioni finanziarie si può nascondere la mano della criminalità organizzata: intestazioni fittizie, passaggi di società, frodi carosello e tutto quanto è inerente al riciclaggio». Ci classifichiamo al sesto posto (dopo Calabria, Campania, Sicilia, Puglia e Lombardia) per numero di interdittive antimafia: 22 nel secondo semestre 2020, 44 nell’intero anno 2020. «Le interdittive antimafia sono un passo ulteriore perché danno il sentore del fenomeno e sono un primo intervento per mantenere la regolarità del mercato, consentendo di stoppare quelle imprese in odore di mafia tramite la non ammissione alle white list», conclude Mautone.
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