Maxi blitz contro la mafia siciliana Arrestato a Reggio un 35enne
Ai domiciliari Salvatore Giarratana, accusato di far parte del clan dei Sanfilippo della provincia di Gela
REGGIO EMILIA. Una maxi operazione dell’Arma e della Dda contro la Stidda (la mafia della provincia di Gela) ha riguardato anche il Reggiano. È stato prelevato all’alba dai carabinieri del Comando di Reggio Emilia, che hanno supporto i colleghi di Caltanissetta, Salvatore Giarratana, siciliano di 35 anni, finito agli arresti domiciliari per i reati di associazione a delinquere di stampo mafioso e riciclaggio in concorso.
Giarratana, domiciliato in città da cinque anni, per l’accusa era la “longa manus” economica, secondo uno schema che accomuna le organizzazioni criminali presenti nella nostra città. Lo specialista del reimpiego all’occorrenza versava somme a diversi componenti del clan, somme secondo l’accusa destinate al mantenimento dei familiari degli affiliati detenuti.
L’INDAGINE
La retata è quella numericamente più consistente condotta dai carabinieri nell’ultimo decennio in provincia di Caltanissetta e ha consentito di disarticolare la famiglia mafiosa dei Sanfilippo, con base a Mazzarino e ramificazioni in tutta Italia, in particolare nel Milanese. L’indagine, durata quattro anni (dal 2017 al 2021) e coordinata dalla Dda di Caltanissetta, è partita da diverse richieste di sussidio all’agricoltura presentate da alcuni dei membri della famiglia Sanfilippo di Mazzarino, ben nota nel Gelese: i pregiudicati erano ricchi, ma chiedevano aiuto allo Stato. La lunga e complessa inchiesta è sfociata in una ordinanza “monstre” eseguita all’alba di ieri a carico di 55 indagati: 37 persone in carcere (dei quali 8 già detenuti per altra causa, tre sono stati catturati in Germania e Belgio), 13 ai domiciliari (tra i quali Giarratana), due obblighi di firma e tre misure interdittive allo svolgimento della professione (a carico di due medici e un avvocato).
Gli indagati dovranno rispondere, a vario titolo, di associazione di tipo mafioso, omicidio, estorsioni, reati in materia di armi e di sostanze stupefacenti, il tutto aggravato dal metodo mafioso.
GLI AFFARI
Gli interessi criminali del clan Sanfilippo spaziavano in svariati settori economici. La principale fonte di guadagno era l’estorsione, dalla quale secondo l’accusa sembra che non si salvasse nessuno: grande distribuzione, ristoranti, bar, piccoli artigiani, perfino i venditori ambulanti che provenivano da altre province erano costretti a corrispondere somme di denaro per il sostentamento dei detenuti, a fornire gratis veicoli e servizi e a firmare assunzioni fittizie di affiliati. Sul traffico di sostanze stupefacenti i gelesi potevano contare su un canale di approvvigionamento diretto con le cosche calabresi, per capire il livello. Infine le armi: per mantenere la supremazia il sodalizio disponeva di fucili, pistole calibro 9 e una montagna di munizioni.
DUE OMICIDI
L’indagine ha fatto anche luce su due cold case di “lupara bianca” maturati nella guerra di mafia di trent’anni fa tra Cosa Nostra e Stidda. Nel 1984 un operaio edile di 22 anni di Mazzarino, Benedetto Bonaffini, sospettato di appartenere ad uno dei gruppi criminali, sarebbe stato attirato con l’inganno in un luogo isolato e strangolato dopo essere stato picchiato a sangue. Il corpo non venne mai stato ritrovato. Sette anni dopo, nel 1991, Luigi La Bella, 28 anni di Mazzarino, sospettato di essere il custode delle armi per conto di uno dei clan rivali, prima di essere strangolato sarebbe stato interrogato, torturato e addirittura mutilato mediante il taglio delle orecchie, del naso e delle dita. Anche in questo caso il corpo, gettato in un pozzo di campagna, non è stato mai ritrovato.
Ambra Prati
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