Diamanti, richieste 73 archiviazioni in uno dei filoni della maxi inchiesta
Dichiarata l’estinzione del reato per morte del reo nei confronti del reggiano Giacobazzi. Fra le parti offese anche Vasco
Ambra Prati
REGGIO EMILIA. Due posizioni estinte per morte del reo (il patron Claudio Giacobazzi e un agente) e una marea di archiviazioni: 55 per prescrizione e 18 per infondatezza. Così è stato “sfrondato” il maxi processo della truffa sui diamanti. E non poteva essere altrimenti, visto che il nulla di fatto riguarda solo gli acquisti dal 2011 al 2015. Sette le parti lese reggiane (tre dei quali pensionati ottantenni) che compaiono nella richiesta di archiviazione presentata dal pm Grazia Colacicco e che potrebbero non rimanere a bocca asciutta: alcuni hanno fatto più di un acquisto di pietre in tempi diversi e hanno potuto costituirsi parte civile nel filone principale del procedimento in corso a Milano, che riguarda gli episodi dal 2015 in poi.
L’INDAGINE
Lo scandalo diamanti – che ha scoperchiato presunti profitti illeciti per 500 milioni – è quello portato alla luce nel 2016 dalla trasmissione di RaiTre “Report”, che per prima raccontò di quei diamanti piazzati dalle banche a cinque volte il loro reale valore a star e vip (tra i quali Vasco Rossi) ma anche a semplici risparmiatori. Al centro dell’intrigo Claudio Giacobazzi, l’amministratore della Idb (International Diamond Business) morto suicida; il manager di 65 anni di Vezzano, noto come “il re dei diamanti”, venne trovato senza vita in una stanza dell’hotel Remilia di Reggio nel 2016. A inizio di quest’anno, in seguito alla chiusura delle indagini, la Procura di Milano ha chiesto il rinvio a giudizio per 105 persone – accusate di truffa aggravata e continuata in concorso ma pure, a vario titolo, di riciclaggio, omissiva e inganno nell’informazione, ostacolo alla vigilanza – e cinque società, tra le quali quattro istituti di credito. Parte delle compravendite però erano risalenti nel tempo e per queste ultime il pm è stato costretto a chiedere l’archiviazione, depositata sabato scorso. Nella premessa dell’atto il pm difende l’impianto accusatorio e scrive che la Procura rimane convinta «che le vicende qui esaminate siano state caratterizzate da gravi condotte truffaldine», nelle quali hanno avuto un ruolo principe le banche; queste ultime si spartivano il mercato delle due società delle pietre («Banco Popolare prima, Bpm poi e Unicredit collaboravano con Idb Spa, Banca Intesa San Paolo e Mps con Dpi Spa»), promuovendo la vendita senza controllare alcunché in cambio di «alte provvigioni», «benefit personali ai dirigenti più alti» e «fidelizzazione dei clienti, che spesso compravano le cassette di sicurezza per conservare in deposito i diamanti». Non ne esce bene nemmeno l’informazione, visto che «la falsificazione delle quotazioni fu pubblicata sui principali quotidiani nazionali e in particolare su Il Sole-24 Ore». Nonostante «la piena sussistenza dei reati di truffa nella loro materialità», il pm ha chiesto al Gip di disporre l’archiviazione: per 55 posizioni «in quanto l’atto di disposizione patrimoniale, momento consumato del delitto di truffa, è tanto risalente nel tempo da comportare l’avvenuta estinzione del reato”, cioè per prescrizione, mentre altre 18 posizioni (per lo più bancari) sono da archiviare «per non aver commesso il fatto o perché il fatto non costituisce reato».
PARTE OFFESE
Le parti offese, coinvolte in queste compravendite datate e archiviate, sono 204; una piccola percentuale rispetto al totale di raggirati poiché la maggioranza ha scelto l’accordo extragiudiziale. Di questi 204 sette sono reggiani: un guastallese di 60 anni, un altro guastallese di 52 anni, un reggiano di 54 anni, un correggese 50enne, un reggiano di 84 anni, un gualtierese di 80 anni, una reggiana di 78 anni.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google
