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Il percorso 

Alloggio e inserimento lavorativo nel futuro dei 104 “fuoriusciti”

Am.P.
Alloggio e inserimento lavorativo nel futuro dei 104 “fuoriusciti”

Chi si è occupato della prima  accoglienza dalla coop L’Ovile  a La Dimora d’Abramo ora è in prima fila  per formazione e occupazione 

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REGGIO EMILIA. Alloggio e inserimento lavorativo, tramite tre mesi di tirocinio (retribuito con 450 euro al mese) seguito, quando è possibile, dal contratto di lavoro nelle cooperative sociali oppure nelle aziende locali: come operai, manovali edili o verniciatori per gli uomini, colf e badanti per le donne. Perché solo quando percepisce uno stipendio la persona ha raggiunto l’indipendenza economica e il cammino di accompagnamento può considerarsi concluso.

Il percorso di avviamento al lavoro che attende i 104 fuoriusciti dalle ex Reggiane è stato spiegato da Valerio Maramotti, presidente della cooperativa L’Ovile che, insieme a La Dimora d’Abramo, si occupa da anni della prima accoglienza dei migranti e che ora è in prima fila anche sul fronte delle ex Reggiane, insieme a Papa Giovanni XXIII, Ceis per la Caritas e Servizi sociali.

Le cooperative sociali accettano solo gli stranieri che sono in regola con la normativa sull’immigrazione: i clandestini (mosche rare in via Agosti) non vengono accettati.

Il modello è simile a quello utilizzato per i migranti appena sbarcati sulle coste italiane, con la differenza che per i fuoriusciti delle ex Reggiane l’impresa - almeno sulla carta, salvo singole peculiarità - è più semplice e i tempi si accorciano: gli ex abusivi spesso si trovano a Reggio da anni, parlano bene l’italiano e sono caduti in disgrazia e in povertà in seguito alla perdita del lavoro e all’assenza di una rete familiare, quando non sono presenti altre problematiche.

Dall’inverno scorso ai primi di settembre sono stati ben trentuno gli enti coinvolti nel progetto Reggiane Off, di cui quindici in maniera più continuativa. Il nerbo è costituito soprattutto dalla rete del terzo settore, molto sviluppato nella nostra città, e dalle associazioni di volontariato che tra i capannoni diroccati sono sempre entrati, per portare coperte o dispensare consigli. «Sono state 104 le persone gradualmente avvicinate e convinte a lasciare l’area abbandonata con un lavoro di dialogo individuale e capillare svolto da operatori dei servizi sociali comunali e socio-sanitari dell’Ausl, da personale della Caritas e delle cooperative sociali nonché dai volontari – ha spiegato l’amministrazione comunale –. Un’opera di coinvolgimento, prima ancora che di convincimento, che ha accompagnato i senzatetto in vari momenti. Si tratta spesso di persone che avevano perso il lavoro e quindi non erano in grado di pagare l’affitto, né di procurarsi beni di primaria necessità per vivere. Alcuni avevano fragilità psichiche, altri erano esposti all’abuso di alcolici, quindi con dipendenze patologiche».

Dopo l’anno e mezzo di pandemia la stragrande maggioranza dei fuoriusciti presenta la necessità di un check-up sanitario completo e anche i regolari hanno un permesso da rinnovare o una pratica burocratica da sistemare.

Am.P.

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