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Il ministero diffida i centri sociali per il servizio internet di comunità

Roberto Fontanili
Il ministero diffida i centri sociali per il servizio internet di comunità

Il progetto ha portato il wi-fi a Coviolo, Fogliano e Massenzatico ed è stato premiato dall’Ue 

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Roberto Fontanili

REGGIO EMILIA. Quando la burocrazia vince sul buonsenso, e purtroppo in Italia capita spesso, accade che le novità si scontrino con le norme in vigore e i pionieri rischino di essere puniti. E accade che i centri sociali di Coviolo “Coviolo in festa”, quello di Fogliano e “La Paradisa” di Massenzatico, per il ministero dello Sviluppo Economico (Mise) siano colpevoli di aver esercitato l’attività di operatori delle comunicazioni senza essere iscritti nell’apposito registro.

Va ricordato che i tre centri sociali hanno attivato nel 2015 il servizio di wi-fi di comunità in accordo con il Comune, offrendo un servizio – prima inesistente – ai residenti delle tre frazioni e che l’amministrazione comunale ha dato il via al progetto nel 2015 dopo aver consultato il proprio l’ufficio legale e con una apposita delibera di giunta.

L’avviso del Mise intima ai tre centri sociali di sospendere entro 60 giorni la loro attività di gestori del servizio di wi-fi di comunità, pena non solo una sanzione, ma anche una denuncia penale a carico dei responsabili dei centri sociali. La motivazione? I tre centri sociali non sono iscritti al registro degli operatori della comunicazione e quindi non possono fornire la connessione wi-fi ai residenti. La cosa curiosa, si fa per dire, è che questo progetto sostenuto dal comune capoluogo è stato premiato qualche anno fa dall’Ue proprio per la sua spinta innovativa, mentre ora il ministero per lo Sviluppo Economico interviene solo ora per bloccare questa esperienza, che è attiva nella nostra città ormai da sei anni. Un modello che non ha fatto concorrenza ad altri gestori, ma ha invece consentito di coprire il vuoto nelle frazioni di Coviolo, Fogliano e Massenzatico. È lo stesso assessore Lanfranco De Franco a confermare che «il ministero per lo Sviluppo economico ha dato 60 giorni di tempo ai centri sociali per dismettere il servizio e che la mancata osservanza dell’avviso del ministero comporterà non solo una salata multa ma anche conseguenze penali per il mancato rispetto del codice delle comunicazioni elettroniche».

Insomma, il Mise, anziché prendere in mano questo progetto, studiarlo ed esportarlo in altre piccole comunità, ha scelto la strada borbonica della rigida applicazione della normativa. Il modello reggiano è pubblico–privato, con il Comune capoluogo che ha messo in contatto un soggetto pubblico come Lepida (la rete regionale che si è occupata di portare la fibra ottica) e un soggetto privato come i centri sociali, presso i quali il Comune ha installato le torri faro.

Il progetto, che ha raccolto l’adesione di qualche centinaio di abitanti su un totale di circa 10mila residenti, prevede che gli abbonati versino un canone mensile di 10 euro al mese, parte dei quali finisce a Lepida per l’utilizzo della rete, mentre la parte restante resta ai centri sociali.

Un affarone per i centri sociali. Ma tant’è. Per la burocrazia basta e avanza per intervenire e bloccare un servizio ai cittadini. Se l’assessore Lanfranco De Franco sta cercando una mediazione con il Mise per capire come rivolvere la situazione, per il presidente del Comitato Coviolo in Festa invece si tratta di «una cosa scandalosa». Poi spiega: «Nel 2015 non avevamo rete e connettività e non si poteva andare avanti. Ci siamo rivolti al Comune che ci ha messo in contatto con Lepida che ha installato il ponte e dato la connettività. Quando è arrivata la pandemia come avremmo fatto con la dad e per chi lavorava da casa? Adesso abbiamo chiesto al Mise di togliere la denuncia e la diffida. Il Comune è al nostro fianco, anche perché adesso rischiamo conseguenze penali per aver dato un servizio ai nostri concittadini dove gli altri operatori non arrivavano e non va dimenticato che a suo tempo per realizzare questo progetto ci siamo autofinanziati».

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