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’Ndrangheta 

Grimilde, al centro dell’udienza la corsa per rilevare la bocciofila

Ambra Prati
Grimilde, al centro dell’udienza la corsa per rilevare la bocciofila

Esaminate ieri le intercettazioni dei dialoghi tra i sodali del ramo brescellese dei Grande Aracri 

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Ambra Prati

REGGIO EMILIA. «Gestiamo tutto, una cassa unica. E Pietro si vende la moto». Con questa modalità fai-da-te, dimentica del prestito bancario, il sodalizio ‘ndranghetista nei dialoghi intercettati pensava di racimolare il capitale di partenza per la Magnifica Srls, la società al centro dell’affaire bocciofila di Brescello.

Questo il tema sul quale è stata incentrata ieri l’udienza di Grimilde, il processo per associazione a delinquere finalizzata a una serie di reati (in primis l’intestazione fittizia di beni) a carico del ramo brescellese dei Grande Aracri: Francesco, fratello del boss Nicolino, il figlio Salvatore (già condannato in rito abbreviato a vent’anni) - entrambi videocollegati rispettivamente dalle carceri di Novara e Frosinone - l’altro figlio Paolo e diversi sodali.

Nella sua deposizione fiume il commissario della Squadra Mobile di Bologna Saverio Pescatore, testimone dell’accusa, ha proseguito nella girandola di società che, grazie a prestanome, nascevano e morivano con grande rapidità.

I fatti risalgono al 2017, dopo il sequestro preventivo a carico di Francesco (nel 2013), la condanna in primo grado di Aemilia (2015) e il clamoroso commissariamento per infiltrazioni mafiose del Comune di Brescello (2016).

«La cosca emiliana ha continuato imperterrita a infiltrarsi nell’economia, tramite la strategia dei Grande Aracri di intestazioni fittizie, riciclaggio e reimpiego – ha dichiarato il commissario –. In questo disegno si inserisce la nascita della Magnifica Srls».

La vicenda - per la quale sono imputati per intestazione fittizia con l’aggravante del metodo mafioso Salvatore Grande Aracri, Pietro Passafaro, 42 anni, Paolo Francesco Passafaro, 26 anni e il geometra brescellese Stefano Bisi, che ha già patteggiato - è una delle più note perché riguarda la bocciofila di via Don Alberici 1, sede della società: un’ampia area, centro sportivo con annesso albergo, bar, ristorante e pizzeria, che fa gola al maggiore dei figli di Grande Aracri.

Poiché i familiari dei Grande Aracri all’epoca sono già “bruciati” si ricorre ai parenti meno stretti: i Passafaro, fratelli tra di loro e cugini della moglie di Salvatore.

A Pietro Passafaro, con il contributo del fratello, viene intestato il 50% della società in realtà di Salvatore. I movimenti e i dialoghi preparatori sono rivelatori. La moglie di Salvatore si infuria con il marito per aver coinvolto i cugini: teme che si sappia dell’operazione.

Infatti Katia Silva, ex consigliera comunale leghista, viene informata da un imprenditore dell’incontro imminente per la vendita dell’impianto sportivo e si rivolge ai carabinieri.

All’appuntamento del 10 luglio 2017, monitorato dall’Arma, si reca Salvatore con due sodali. «Pietro si vende la moto…E l’altro gestisce bar e ristorante, per prendere l’affitto inter nos. Alla fine rischi poco: lì chi rischia è Pietro che diventa l’amministratore della cooperativa».

Secondo il commissario «si intuisce il coinvolgimento di Francesco Grande Aracri» poiché Salvatore e Paolo parlano di continuo dell’area come se fosse «cosa loro».

«Mi è venuto in mente: il campo da calcio lo facciamo dalla parte del nostro capannone grande, sai che figata vedere il campo dalle vetrate…».

Il progetto di rilevare e sfruttare la bocciofila viene poi stoppato da un’interdittiva antimafia della prefettura, ma i tentacoli su uno dei luoghi di ritrovo più frequentati del paese faranno scalpore.

La prossima udienza per il processo Grimilde è stata fissata per il prossimo 11 ottobre.

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