La visita dei Servizi in Gazzetta al centro dell’udienza su Bellini
In Corte d’Assise lunga testimonianza di Stefano Menicacci, ex deputato Msi Nel 1982 venne in redazione assieme a Vecchiotti, all’epoca informatore “nero”
reggio emilia. La misteriosa visita del 1982 alla Gazzetta di Reggio, quando in redazione entrarono Stefano Menicacci e Amedeo (Memo) Vecchiotti, persona vicina agli ambienti dell’estrema destra e all’epoca informatore dei Servizi Segreti, è stata al centro dell’udienza di ieri in Corte d’Assise, a Bologna, nell’ambito del nuovo processo sulla strage del 2 agosto 1980 che vede come principale imputato l’ex di Avanguardia Nazionale, Paolo Bellini, accusato di concorso nell’attentato alla stazione di Bologna, e Piergiorgio Segatel e Domenico Catracchia.
Le domande su quanto successo quel giorno nella redazione della Gazzetta sono state poste direttamente a Menicacci, parlamentare Msi in tre legislature, dal 1968 al 1979, protagonista ieri di una lunga testimonianza. Un episodio commentato dall’ex deputato con una serie di «non so» e «ora non ricordo», a differenza di altri passaggi chiave all’interno del processo sulla strage di Bologna.
Ex difensore di Stefano delle Chiaie, ha risposto a domande sul suo rapporto con Carlo Rocchi, ex agente delle Cia, e Vecchiotti.
È stata anche ricostruita la vicenda relativa a Bellini in base alla quale Menicacci ha dichiarato di averlo aiutato inconsapevolmente, senza conoscerne la sua vera identità.
Quella di Menicacci è stata una deposizione complicata, caratterizzata da numerose interruzioni delle domande dei legali di parte civile e della procura da parte del teste, che pretendeva, tra le altre cose, di produrre dei documenti.
Un atteggiamento che ha costretto il presidente della corte, Francesco Maria Caruso, a richiamarlo all’ordine più volte dicendogli di comportarsi come un testimone e di «limitarsi a rispondere alle domande».
L’ex esponente del Movimento sociale italiano è stato sentito in quanto è la persona che alla fine degli anni ’70 accompagnò e presentò Bellini, che all’epoca si nascondeva sotto lo pseudonimo di Roberto Da Silva, all’Aeroclub di Foligno, in Umbria, dietro raccomandazioni di altri due ex parlamentari Missini, Franco Mariani e Antonio Cremisini.
Nella sua testimonianza Menicacci ha negato risolutamente di essere stato a conoscenza della vera identità di “Bellini-Da Silva”: «Mariani lo sapeva – ha dichiarato l’ex parlamentare – ma a me non lo disse».
Il testimone ha poi aggiunto di essersi limitato ad accompagnare Bellini a Foligno, dove «si comportò in maniera irreprensibile: pagava regolarmente, si registrò alla camera di commercio per vendere gioielli, ottenne il rinnovo del permesso di soggiorno e gli fu anche rilasciato il porto d’armi».
Durante la sua deposizione, infine, Menicacci ha attaccato pesantemente uno degli investigatori che nei primi anni ’80 indagò su Bellini-Da Silva e altre persone non meglio precisate.
Dando loro degli «infami» perché, ha dichiarato l’ex Msi, «gli infami hanno detto che Bellini spendeva soldi a Foligno con l’onorevole Menicacci e con Ugo Sisti (procuratore capo di Bologna all’epoca della strage, ndr), e che gli avevo trovato casa: non è così, sono falsità».
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