Gazzetta di Reggio

Reggio

SAN MARTINO IN RIO, IL PROCESSO 

«Doping? No, è per fare sesso Ora mi sto disintossicando»

Ambra Prati

Ieri in tribunale il 43enne trovato con degli anabolizzanti. Respinge le accuse e spiega. La moglie conferma: «Senza i flaconi è depresso e debole»

3 MINUTI DI LETTURA





SAN MARTINO IN RIO. «Ho tentato più volte di smettere, ma senza quelle sostanze non avevo una vita sessuale. Mi sentivo un fallito». Così un 43enne – nato a Modena, per anni residente nella Bassa e ora trasferitosi in America del Sud – imputato per doping, ha spiegato in tribunale a Reggio Emilia perché respinge l’accusa raccontando la sua intimità e il suo passato.

La vicenda risale al 15 dicembre 2017, quando l’uomo, che si occupava di sicurezza nei locali reggiani, è stato coinvolto in un’indagine su un traffico di anabolizzanti condotta dai carabinieri del Nas di Bologna.

L’imputato aveva ordinato su internet degli anabolizzanti provenienti dall’estero, ma la dogana ha fermato la spedizione e il Nas ha deciso di eseguire una perquisizione domiciliare per verificare se il soggetto deteneva altri prodotti di quel genere proibito. Il blitz nell’abitazione della Bassa ha dato un esito più che positivo: un ingente quantitativo di “sostanze medicinali in classe doping” sono spuntate praticamente in ogni stanza, «all’interno di armadi della cucina, della sala e della camera da letto».

Il tutto è stato sequestrato, e il 43enne è stato accusato di «utilizzo e somministrazione di farmaci o di altre sostanze al fine di alterare le prestazioni degli atleti» (il reato di doping aggiornato in un articolo). Secondo la Procura, il 43enne avrebbe usato quegli steroidi (ormoni che promuovono la crescita muscolare e aumentano forza ed energia) per scopi agonistici, «per favorirne l’uso da parte di terzi» e per falsare le competizioni. Al contrario la difesa, rappresentata dall’avvocato Simone Bonfante del foro di Modena, intende dimostrare che quell’ingente quantità di sostanze trovate in casa fosse compatibile con l’uso personale; che lui non frequentava ambienti sportivi e non li cedeva ad altri.

A sostegno della tesi difensiva, ieri ha testimoniato un consulente di parte, il medico reggiano Fulvio Fantozzi, il quale ha riscontrato nel paziente una dipendenza di lunga data da quelle sostanze: aveva un «bisogno tossico» degli stimolanti che assicurano euforia «ed è tipico della dipendenza farne scorta».

Sul banco dei testimoni ha poi sfilato la moglie, arrivata appositamente in aereo assieme al marito. «Ci conosciamo da diciannove anni. Sapevo tutto. Lui usava quelle sostanze per continuare ad avere rapporti sessuali. Senza quei flaconi, diventava impotente, depresso e così debole da non riuscire ad alzarsi dal letto per svolgere le attività quotidiane».

«Ho iniziato a usare quei prodotti a 16-17 anni, quand’ero preso in giro ed emarginato per il mio fisico mingherlino. Da adolescente ho iniziato a frequentare le palestre, dove chi mi smerciava quei prodotti mi faceva sentire accettato: da allora non ho più smesso. Preciso che non sono un body builder; mai partecipato a gare», è stata la deposizione dell’imputato, dalla corporatura imponente.

«Senza gli ormoni non riuscivo a fare sesso. Mi sono anche sottoposto a visite andrologiche, invano, forse perché il problema era sia fisico, sia mentale. Negli ultimi dieci anni (dal 2017 non frequento più la palestra, mi alleno in casa) ho provato a smettere a più riprese, ma mi sparivano le forze. I dottori che mi hanno fatto conoscere il mio legale sono stati d’aiuto. E in America Latina, nel periodo Covid, non trovando certi farmaci li ho sostituiti con i gel dell’endocrinologo: così mi sono in parte disintossicato».

Il giudice Cristina Beretti ha rinviato al 4 novembre per la probabile sentenza.

Ambra Prati

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Gazzetta di Reggio per le tue notizie su Google