Bonomi: «Con il green pass più sicurezza Dal 15 controlli rigorosi in ogni azienda»
Il capo degli industriali preoccupato per il clima di violenza ma tira dritto: «Eravamo per l’obbligo vaccinale, no a rinvii»
REGGIO EMILIA. «Sono molto preoccupato dopo le violenze di sabato. Si avverte un clima di violenza per infondere sfiducia al Paese che aprono una luce inquietante». Carlo Bonomi è uno che tira dritto. La via per Confindustria, che presiede da un anno e mezzo, è segnata: sì green pass, sostegno al governo Draghi e un no sonoro «alle dispute politiche che fermano le riforme». Ma il clima di fiducia, vista la robusta ripresa, è intaccato da difficoltà strutturali, come la scarsità di materie prime, e un clima sociale che vede la luce dopo il Covid ma che è chiazzato da violenze contro istituzioni e corpi intermedi. «Quanto successo a Roma mi ha ricordato l’autunno scorso – ha detto ieri Bonomi dal palco dell’assemblea degli industriali reggiani – quando durante la fase importante dei rinnovi contrattuali, il sistema Confindustria e suoi presidenti sono stati oggetto di assalti come a Napoli e Cosenza, di minacce con pacchi bomba e buste con proiettili recapitate ai presidenti di Confindustria Lombardia, Bergamo e Brescia. Sono momenti in cui bisogna avere molta fermezza e noi abbiamo tenuto la barra dritta. La stessa che serve oggi da parte dei corpi intermedi che danno un grande contributo al Paese in momenti difficili. Non bisogna arretrare mai».
Bonomi mostra i muscoli ma sa bene che la strada non è in discesa. Anzi: tra tre giorni chi non ha il green pass non entrerà nelle aziende in forza del decreto che sta portando migliaia di persone in piazza a protestare, con mal di pancia anche tra i suoi stessi associati. «Lo dico chiaramente – ha esordito ieri Bonomi a Reggio – il 15 ottobre entra vigore green pass obbligatorio nelle aziende. Vedo emergere dubbi e allarmi e voglio approfittare per dirlo qui da Reggio Emilia, visto che proprio da qui sono emerse alcune preoccupazioni in merito. C’è chi continua a dire che abbiamo fatto male ad appoggiare l’obbligo del green pass e che era meglio obbligo vaccinale. Noi eravamo favorevoli all’obbligo vaccinale da molti mesi ma il governo, a fronte di milioni non vaccinati, ha creduto che l’obbligo vaccinale fosse una soluzione troppo dirompente, che la politica non poteva regge. A quel punto il green pass era l’unica alternativa sul posto di lavoro. E quindi dal 15 ottobre non accetteremo obiezioni, rinvii o diluizioni perché non c’è un altro modo per affrontare il tema vero, la sicurezza. Nessuno di noi può dimenticare i morti. C’è chi dice che non è giusto che per lavorare si debbano pagare i tamponi ma a maggior maggiore non bisogna esporre al contagio e alla possibile morte i propri collegi. È la stessa posizione che abbiamo sugli incidenti sul lavoro: bisogna intervenire prima che accadano».
Non mancano quindi i tentennamenti anche tra gli industriali, consci che potrebbero ritrovarsi degli scioperi in azienda. Bonomi traccia quindi un patto ampio con i sindacati, proponendo un accordo più stringente per la sicurezza e contro le morti sul lavoro, sfruttando l’abbrivio offerto dai buoni rapporti a Reggio tra parti sociali e aziende. «Siamo pronti a lavorare subito a partire dal green pass. Vogliamo evitare le morti prima e non dopo perché non si è controllato. L’obbligo va rispettato in maniera rigorosa e ciascuna impresa non può venire meno all’obbligo di legge che impone la verifica del green pass. Non è una posizione che agevola le nostre aziende perché lo sappiamo che in certe parti d’Italia con pochi vaccinati potrebbero avvenire interruzioni di produzione. Ma noi abbiamo una responsabilità nazionale: le fabbriche non sono solo un luogo di lavoro e reddito ma anche di responsabilità collettiva. Chi non rispetta l’obbligo si mette fuori da un patto di coesione sociale nazionale».
Per Bonomi, infatti, «la guerra al Covid non è ancora vinta e non ci possiamo permettere ipocrisie». Il capo degli industriali punta il dito poi contro le «campagne mediatiche di chi ha flirtato con i no-vax dicendo che sono stati gli industriali a non voler far lavorare i dipendenti». A preoccupare però sono le riforme strutturali. La crescita non basterà per ripagare il mega debito emergenziale che abbiamo contratto. «Dobbiamo sostenere con forza l’opera riformatrice – dice – i soldi Pnrr non saranno sufficienti se non stimoleranno gli investimenti privati ma con i colli di bottiglia italiani non siamo in grado di scaricare a terra le nostre risorse. Non possiamo permetterci che le dispute politiche fermino le riforme di questo Paese. Serve una crescita duratura e stabile. Non possiamo accettare il fallimento di questa occasione storica. I partiti non pensino solo a puntare bandierine ma guardino al futuro del nostro Paese».
Enrico Lorenzo Tidona
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