Landini, Bonaccini e forze dell’ordine I bersagli dei settemila No Green Pass
Migliaia in corteo a Bologna per protestare: «Giornalisti terroristi, giù le mani dal lavoro». Insulti anche a Liliana Segre
dall'inviato
Evaristo Sparvieri
BOLOGNA. Di certo hanno fatto un gran casino, bloccando le strade dove si è snodato il lungo corteo. E di certo gli insulti non sono mancati, gridati a squarciagola da quei volti senza mascherine, indirizzati senza alcuna distinzione al presidente del Consiglio, Mario Draghi, al leader della Cgil, Maurizio Landini, al presidente della Regione, Stefano Bonaccini. Insulti anche alla senatrice a vita Liliana Segre, «che dovrebbe sparire da dove è», ha detto uno dei manifestanti che ha preso la parola al megafono. E poi ai giornalisti e alle forze dell’ordine, fra i bersagli preferiti. Nessun disordine, per fortuna. Ma il corteo dei No Green Pass che ha sfilato a Bologna – raccogliendo una mobilitazione da tutta l’Emilia-Romagna – ha paralizzato per una mattina abbondante il traffico sotto le due torri, non passando inosservato soprattutto fra gli automobilisti rimasti imbottigliati dalla manifestazione di quella minoranza rumorosa scesa in strada per protestare contro l’obbligo della carta verde nei luoghi di lavoro.
Duemila, tremila, cinquemila, settemila. C’è chi dice ottomila. Uomini, donne e qualche bambino. Giovani, adulti e anziani. Man mano che il corteo procedeva il numero dei partecipanti aumentava, così come le tante sfaccettature di un popolo che – al grido trito e ritrito di «libertà» e «vergogna» – sostiene di essere nella ragione, in barba ai quasi 3,5 milioni di emiliano-romagnoli che hanno completato il ciclo vaccinale, frutto di 7 milioni di dosi somministrate.
«Giornalista terrorista», uno degli slogan più gettonati, divenuto un evergreen in proteste di questo tipo, dove l’informazione viene costantemente bersagliata. Emblematica la scena davanti alla sede Rai, dove il lungo serpentone si è fermato in presidio verso l’ora di pranzo. Un operatore, dall’ultimo piano del palazzo, riprendeva la folla per testimoniare l’evento e darne notizia, proprio mentre la folla stessa invocava concetti su una fantomatica manipolazione dell’informazione ad opera di più o meno definiti poteri forti, di cui i giornalisti sarebbero «schiavi». Tant’è.
Del resto, il no al Green Pass sembra aver convogliato sotto un’unica protesta realtà disparatissime, mettendo insieme cartelloni inneggianti a Pertini e un neofascismo strisciante che in cortei del genere non si lascia sfuggire l’occasione di raccogliere adesioni. Roma docet. E ancora: comuni cittadini, che si vogliono apartitici, al fianco di partiti che della lotta alla vaccinazione hanno fatto la loro ragione di vita, e che anche ieri distribuivano moduli in cerca di consenso. Non è mancato chi ha invocato riferimenti ultra-cattolici, sproloquiando qualcosa su Satana e la morte come destino comune: frasi da far impallidire persino il cosiddetto “esorcista di Bibbiano”. Forse.
Piazza Maggiore, i viali di circonvallazione, l’università in via Zamboni, via Stalingrado, la Regione, la sede della Rai, poi ancora piazza Maggiore. Ogni tappa un simbolo di quella battaglia No Pass cominciata prendendo di mira Maurizio Landini e la Cgil, il sindacato vittima dell’assalto neofascista proprio durante la manifestazione No Green Pass del sabato precedente a Roma.
«Landini in galera» e «Landini verme», il grido. Davanti al rettorato dell’Alma Mater, i manifestanti hanno invece lanciato il coro «Silvia, Silvia» in solidarietà alla studentessa di psicologia che per due volte si è presentata in aula senza Green Pass, costringendo la docente a sospendere la lezione. E ancora, in via Stalingrando, vengono staccati i sigilli dall’Halloween Pub, chiuso da tempo in seguito alle ripetute violazioni delle norme anti Covid. Fioccano “vaffa” verso Bonaccini e Draghi in viale Aldo Moro: «Draghi in galera» e «Bonaccini uomo di m...». E poi gli insulti alle forze dell’ordine – nemmeno così numerose per la verità – schierate per evitare che la folla raggiungesse la sede della Regione.
«Giù le mani dal lavoro». E giù applausi fra di loro. Fra uno slogan e un coro, si sente anche la musica di una tromba. Intona “La Vita è Bella”, colonna sonora firmata da Nicola Piovani per il celebre film di Roberto Benigni sull’Olocausto, vincitore dell’Oscar. Che ci sia finanche dell’ironia? Il dubbio non dura a lungo. E mentre il corteo volge al termine, la buona notizia è che nulla è successo: nessun incidente. Nulla di nulla. Stamani, a lavoro, il Green Pass sarà richiesto.
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