Intasca 137mila euro di fondi pubblici con false identità Condannato 60enne
Maxi truffa ai danni dello Stato sui contributi all’agricoltura Imprenditore reggiano confessa e restituisce i soldi
REGGIO EMILIA. Si era inventato false identità ed era riuscito così a ottenere illecitamente ben 337mila euro (137mila già intascati, 200mila euro in arrivo) di fondi pubblici per l’agricoltura dalle Regioni Emilia-Romagna e Toscana. Soldi che l’imprenditore reggiano Roberto Rota, 60 anni, residente in città e difeso dall’avvocato Helmut Bartolini, ha voluto restituire una volta indagato, ottenendo ieri le attenuanti generiche dopo una confessione, come riconosciuto nella sentenza in abbreviato (ridotta quindi di un terzo) che lo ha visto condannare a una pena di 2 anni e 4 mesi rispetto ai 3 anni e 6 mesi chiesti dalla procura. Una prestanome 26enne albanese ha invece patteggiato un anno di condanna mentre lo zio - entrambi difesi dall’avvocato Giacomo Fornaciari - è stato assolto per non aver commesso il fatto. L’agricoltore era considerato un insospettabile, indagato nel 2019 senza misura cautelare per il reato di truffa ai danni dello Stato, ma anche per favoreggiamento della prostituzione e possesso di documenti fasulli, queste ultime due accuse poi cadute come deciso ieri dal giudice per l’indagine preliminare del tribunale di Reggio, Luca Ramponi. L’inchiesta coordinata dal sostituto procuratore Iacopo Berardi aveva portato al sequestro preventivo dei beni per la somma equivalente di 137mila euro nelle more dell’indagine denominata “Alias”, partita da una segnalazione anonima arrivata in questura, parlava di una possibile attività di sfruttamento della prostituzione in un appartamento di viale Regina Elena, appena fuori dall’esagono cittadino. Quando i poliziotti della Squadra Mobile si sono recati sul posto hanno trovato una donna giovane, originaria della Colombia, che aveva un documento falso e risultava pure intestataria di una società.
Gli agenti avevano deciso di scavare, riuscendo a risalire a colui che aveva fatto arrivare la prostituta in Italia usandola in seguito come prestanome per i suoi affari, vale a dire l’imprenditore. Da lì era scattata la perquisizione domiciliare a carico del 60enne con la scoperta di una quantità di fotocopie di documenti falsi e di società. I controlli incrociati avevano messo inizialmente sotto indagine sei persone indagate (tre uomini e tre donne) ed una decina di società. Lo scopo della truffa era quello di mettere le mani sui finanziamenti per l’agricoltura. L’ideatore del meccanismo era stato individuato in Rota, che secondo l’accusa si era inventato le false identità ad esempio di tali Marco Meucci, Antonio Lulling o Sofia Thorn, tutti personaggi di fantasia (impersonati anche con travestimenti) ma formali rappresentanti di società. Rota aveva a sua disposizione prestanome compiacenti: costoro si dichiaravano italiani nati all’estero e chiedevano documenti d’identità a vari Comuni della provincia reggiana che, non avendo modo di verificare, rilasciavano certificati validi. La polizia invece, tramite l’Interpol, ha controllato, scoprendo che non erano affatto italiani nati all’estero. Con gli atti veri il 60enne in prima persona o i prestanome, spesso intestatari di terreni, presentavano richiesta alla Regione di contributi per l’agricoltura; in un caso di Siena, ad esempio, il richiedente ha dichiarato di voler aprire un agriturismo. Peccato che, una volta ottenuto il versamento dei fondi regionali, questi ultimi finivano al 60enne: nel frattempo società e presunti progetti d’impresa svanivano e nulla così come i progetti finanziati.
E.L.T.
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