Gazzetta di Reggio

Reggio

L'ingiustizia di morire per lo stipendio

Giacomo Bedeschi
Una ispezione del Nil (Nucleo ispettorato del lavoro) dell'Arma dei carabinieri all'interno di un cantiere edile
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Una ispezione del Nil (Nucleo ispettorato del lavoro) dell'Arma dei carabinieri all'interno di un cantiere edile

L'editoriale del direttore della Gazzetta di Reggio sulla strage infinita delle morti bianche

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REGGIO EMILIA. Yaya aveva 21 anni. È morto tre giorni fa all’interporto di Bologna, schiacciato tra un muro e il camion che doveva scaricare. Era un lavoratore interinale. Li chiamano così per addolcire la realtà: un precario.

Era al terzo giorno di lavoro. Si può finire così? Per cosa è morto questo ragazzo? Provo a darmi una risposta. Non mi viene. O forse sì. È morto per una paga striminzita come quella di tanti altri ragazzi, e non solo, che cercano stabilità e dignità. Qualche giorno fa l’Inail ha diffuso i dati dei morti sul lavoro nei primi otto mesi del 2021. Sono 772.

L’anno scorso erano stati 823. Il conto fa 51 in meno. Ho provato a convincermi che si tratti di una buona notizia ma non ci riesco. Perché dietro ai numeri vedo la fotografia di Yaya che abbiamo pubblicato su questo giornale e quelle dell’incidente. Penso alla famiglia di questo ragazzo, ai suoi amici, e non riesco a trovare conforto in quei numeri.

Anzi, faccio altri due conti e mi cresce l’angoscia: sono più di tre morti di media al giorno. Più di tre famiglie che ogni giorno riceveranno una telefonata straziante e avranno la vita stravolta. Le chiamano morti bianche. Mai un aggettivo è stato associato in modo così improprio. Come se il sangue non c’entrasse con questi drammi che, troppo spesso, sono una conseguenza di regole non rispettate, disattese, ignorate, sacrificate sull’altare della produttività e del profitto.

Mi è tornato in mente il cardinale Ersilio Tonini, con la sua omelia di fuoco al funerale dei morti soffocati nella stiva di una nave al porto di Ravenna nel 1987. Persero la vita tredici operai, alcuni assunti in nero. Tonini urlò la sua rabbia, parlò di «disumana umiliazione», di «uomini e topi» per rappresentare la condizione di quelle vittime costrette a infilarsi nei cunicoli di una nave per portare a casa pranzo e cena. Sono passati 34 anni. È vero, abbiamo fatto passi avanti. Molti. Ma non è abbastanza.

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